Archive for gennaio 2007

mamma
gennaio 31, 2007

img_2619.JPG

Rimettevo a posto delle carte l’altro giorno. Qui c’è l’abitudine di non buttare mai niente, che è peccato. Ho ritrovato partecipazioni di nozze di amici di cui non ho mai neppure sentito parlare, liste della spesa di mia nonna, ricette mediche e scontrini a volontà.
Poi naturalmente c’erano le foto, quelle le conosco bene, ogni tanto vado a vederle.
Mi soffermo sempre sulle sue, che sembra un’attrice. Ho sentito mio cugino Mauro dire ad un suo amico che qualche anno fa veniva ad Arce solo per vedere mia madre.

Io credo di si, che lei allora fosse molto bella, ma anche che in queste foto, quelle in cui io l’ho sempre vista, ci sia ancora dell’altro. L’occhio del fotografo è capace di cogliere l’istante giusto, l’espressione, proprio quella e nessun altra in un istante. Il fotografo era papà. Mamma era bella anche perché lui la vedeva così.
Stamattina è uscita presto come al solito, ha girato intorno alla macchina un paio di volte per sbrinarla alla bene e meglio.
Prima però, me lo immagino, avrà svuotato le tasche di almeno tre giacche e tutte le sue borse per ritrovare le chiavi del negozio. Sono quelle legate col nastrino giallo.
Lei non sente quasi mai freddo, al contrario di me e, al contrario di me ha tanta forza fisica.
In effetti, in superficie, non abbiamo molto in comune. Lei è concreta, ma con una smania di generosità che travalica ogni logica. E’ acuta e fa finta di girare intorno ai concetti che non le piacciono.
Sicuramente non sa cos’è un blog. Forse, non ricordo bene, una volta ho provato a parlargliene.
Quando ero in America imparò a mandarmi e-mail. Glie lo insegnò papà.
“tuo padre è sotto la doccia, tra poco andremo a mangiare il gelato” ed io, leggendo ogni parola, la immaginavo picchiettare con ansia sulla tastiera. Sorridevo molto per questo.
Un sacco di gente le vuole bene davvero, nonostante ogni tanto affiori in lei una permalosità un po’ fuori controllo, tipica delle donne della sua famiglia.
Forse è una componente che ho ereditato anche io, ma mi pare di aver imparato a temperarla a sufficienza. La sua amica più cara si chiama Giuliana e la loro storia somiglia a quella tra me e Debora, sono amiche da sempre.
Le dico di mettersi a dieta e la chiamo “cicciona”, con un po’ di perfidia. A lei non interessa minimamente e non credo le sia mai particolarmente importato del suo aspetto, neppure quando era una delle più belle ragazze del paese.
Si chiama Rosa ed è finita a lavorare in un negozio di fiori.
Le piace, anche se esce presto e torna tardi… o forse proprio per questo.
Le piace anche la sera, quando mangiucchia dolci sul divano, circondata dai cani e guarda la tv, come pretesto per addormentarsi.
Perde gli occhiali, le chiavi, ha preso una multa perché guidava senza patente: l’aveva persa.
In oltre distrugge le scarpe e mi ruba quelle da ginnastica che secondo lei non metto più.
Anche in questo siamo diverse, le mie scarpe durano decenni.
Il ventiquattro febbraio prenderà l’aereo per la prima volta dopo il viaggio di nozze.
Andrà a Lussemburgo insieme a Carla, vanno a trovare Debora… insomma, mia madre ci va prima di me.
Io e Debora siamo curiose di vedere come se la caveranno quelle due, da sole nei cieli d’Europa…
Sono una coppia comica che io non sottovaluterei.
Anche questa è una dimostrazione di forza, che più passa il tempo e più comprendo.
Del resto la sua presenza d’animo non è mai stata in discussione e gliela invidio sinceramente. Forse, mi ci sono sempre nascosta dietro, ho sempre mandato lei in prima linea.
Allora buon viaggio, ovunque tu vada mamma, che siano i tuoi viavai di consegne in giro per il paese, che sia a casa di qualcuno che ha bisogno delle tue iniezioni o a dare una parola di conforto agli anziani soli… che sia in giro per l’Europa o qui, tra le piante da frutta di papà, buon viaggio.

in palestra come a casa
gennaio 30, 2007

everlast.JPGsport2.JPG

sport3.JPG

Dopo una pausa piuttosto lunga, ieri sono tornata in palestra.
L’ho capito subito che non sarebbe stata una serata semplice: Appena entrata mi sono incontrata/scontrata con Antonio G. Con Antonio non vado d’accordissimo; tutto cominciò (malissimo) durante il soggiorno in America, ma questa è un’altra storia…
Antonio ha una teoria condivisibile però su di me: sostiene che io sia lunatica e che mi si legga in faccia se è una giornata “si” oppure una giornata “no”.
Così ogni volta mi getta un’occhiata e dice “ahh, oggi stiamo proprio incazzati” oppure “eh, però, oggi sei contenta” e io “bravo, bravo, hai indovinato”.
Ieri forse, devo averlo guardato più storto del solito, perché mi ha inaspettatamente offerto un bacetto pacificatore che ha (parzialmente) ristabilito il mio equilibrio umorale.
Entrata in sala, la prima cosa che mi ha detto Rocco è stata “sei proprio moscetta oggi”, eppure cavolo, mi ero sforzata di fare la faccia più entusiasta che potessi. Poi ha aggiunto “aspetta che ti accendo il riscaldamento”… che umiliazione, per Rocco i veri duri non sentono mai freddo, di conseguenza deve avermi considerata una ricottina inutile.
Mi sono sentita in dovere di non deluderlo ancora ed ho fatto 30 minuti di tapis roulant pur essendo fuori allenamento.
In oltre, mentre correvo ed ero senza fiato, con il cuore che per poco non mi schizzava fuori dalla gola, Carlo (che io adoro sinceramente) pretendeva di abbracciarmi e convincermi a partecipare al corso di recitazione che sta frequentando lui. Così, sempre in corsa, mi ha fatto fare l’esercizio dello specchio, quello delle strette di mano e pure un po’ di dizione “Chièsa”, “Pièdi”…..
Valentino, dal canto suo, ci ha tenuto a prendermi in giro davanti a tutti. Diceva che quando sto con Marco cammino a testa bassa e faccio finta di non vedere le persone… Tutto questo perché l’altra sera, a cena, non l’ho riconosciuto in mezzo ad altri 200 (ha una altissima considerazione di se stesso evidentemente)

Ormai quella palestra è la mia seconda casa…
Nel mio paese siamo in poco più di 6000 abitanti e ci sono ben 4 palestre.
Sta di fatto che ognuna ha la propria clientela e la nostra, diciamo, è la meno formale.
Gente di campagna, capace di capire quando cambierà il tempo.
Siamo quelli stropicciati, coi calzini sbagliati, il buco nella tuta.
Quello che smaltiamo lo reintegriamo immediatamente partecipando ad una lunghissima catena di eventi culinari organizzati da Rocco, cui è impossibile sottrarsi pena la radiazione dall’albo dei soci, degli amici, degli esseri viventi.

E va benissimo così, perché nessuno se la tira (salvo rare eccezioni) e siamo tutti più colorati che fashion (tranne me che sono entrambe le cose of course ;-)).
Ci vuole fracasso e colore nella vita e da noi, di fracasso e colore ce n’è a volontà.

L’urlo
gennaio 30, 2007

Dunque, chiariamo: sono sveglia dalle cinque e adesso, ore 7.50, mi sento come se avessi già tutta una giornata alle spalle.
Chiariamo che la cosa non solo non mi piace, ma mi irrita, mi estenua, mi impermalosisce, ergo mi rovina – i n e s o r a b i l m e n t e – la mattina e varrà anche per il pomeriggio e la sera, salvo miracoli ai quali, per inciso, purtroppo non credo.

ahhhhhAHHHHHHHAAAAHHHHHHHH

questo è il mio urlo liberatorio.
Sicuramente è ridicolo gridare per iscritto, ma un po’ funziona, quindi lo faccio, anche perché (uff) non è la performance più ridicola nella quale mi sia capitato di incappare.

Un giorno o l’altro lo scriverò un post catartico sulle mie brutte figure…

Adesso però sciò ai pensieri negativi

dormo2.JPG

Faccio una lista delle cose che merito:

-Una cioccolata calda

-Ciabatte appena scendo dal letto (in genere il gatto me le porta dove gli pare)

-Un raggio di sole quando apro la finestra.
-Una telefonata che mi faccia ridere.
-Le fusa come minimo
-Uno scodinzolio verace

-Qualche e-mail di incoraggiamento

-L’abbraccio di qualcuno.

Non mi sembra poi troppo.

Dora’s breakfast
gennaio 29, 2007

dora.JPG

Non è una giornata colorata questa, nonostante il sole a sprazzi… cosa singolare davvero. Componente predominante di ambienti e pensieri è un grigio fumo di londra che nemmeno i capelli rossi di Dora hanno saputo mandare via.

E’ arrivata col solito sorriso e l’accento polacco che somiglia sempre più al torinese della povera Magda in “Bianco Rosso e Verdone” col suo “non ce la faccio più…”
Dora – dice – è sempre a dieta, ma resta morbida, assecondando i suoi tratti somatici dolci. Sembra plasmata con burro e sentimenti gentili.

Gli occhi azzurri, ben aperti, sorridenti, generosi.

Ma niente, oggi è stato grigio e ancora grigio mentre insieme toglievamo la polvere dai mobili. Chissà perché.
Eppure spesso Dora ha spazzato via anche i miei bronci mattutini, la mia allergia ai giorni di pulizia approfondita.

Dora non ha la patente perché ha paura di guidare, così vado a prenderla di mattina presto.
A volte porta con sé anche Sara, che ha sei anni, il viso da bambola ed il fisico da ballerina.
Sara sa già cosa fare: Accende la tv, guarda i cartoni, sta attenta come a scuola. Poi, quando vede un gatto sgrana gli occhi, schizza giù dal divano e si mette a rincorrerlo “Micetto! Micetto!” La madre le parla in polacco, lei risponde in italiano. Le do un dolcetto e lo sgranocchia, improvvisamente composta e timida.

Pavimento dopo pavimento, scala dopo scala, Dora lava tutto cantando. Finiamo di pulire, buttiamo l’acqua, ci rimettiamo in macchina e la porto via.
Ma quando torno a casa, Dora è ancora li: il profumo del detersivo è il suo profumo, mi sembra di vederla e di sentirla perfino, quando mi chiama col suo “Brigìììì” (con l’accento sulla i), da un piano all’altro.
Dora abita qui, in ogni oggetto che prende e che rimette a posto. Materna e soffice, sa di mattine fredde e latte caldo, sa di famiglia e di fiducia piena.

Domenica
gennaio 28, 2007

 deltaplano.JPG

Non c’è molto da dire.
l’altitudine è un luogo bianco di luce, in cui si affacciano amori antichi e paure lontane.
Riaffiorano le vecchie storie, le favole raccontate dalla voce della nonna, le corse intorno al tavolo per non mangiare.
Non c’è molto da dire se si guarda in giù, alle cose che restano: alle parole o alle grida di chi cammina, all’incedere della propria ombra, fino al brulicare silente di chi vive nella terra e scava e scava sempre più in fondo.
Dove vanno a finire i giorni quando si vola, quando tutta la vita è controluce?
Rimangono oltre il sole, forse, insieme ai sogni.

Insalata di ricordi
gennaio 27, 2007

 insalata-darance.JPG

Degli anni all’università, quelli in cui vivevo a via Dandolo, proprio dietro il palazzone grigio del ministero della pubblica istruzione, mi restano moltissimi ricordi.
Erano gli anni in cui cominciai ad innamorarmi della apple, c’era il roxy bar in tv ed oltre alla musica, mi attiravano quelle macchine colorate e trasparenti che la redazione aveva a disposizione.
La colonna sonora erano i verve, i radiohead, persino Marilyn Manson.
Leggevo quintali di biografie: Kubrick, Anna magnani, Totò.
Uscivo a piedi tutte le mattine, col sole, ma anche con la pioggia.
E sento ancora chiaramente il rumore che i miei stivali neri facevano sui sanpietrini in via della Lungara, quando la percorrevo tutta per arrivare a San Pietro. Buttavo un occhio in su, alle finestre di Regina Coeli e pensavo a chi era chiuso li dentro.
Prima di ogni esame, andavo nella chiesa di Santa Maria in Trastevere. Non lo facevo per pregare, ma per starmene da sola, in silenzio, per vedere quanto gli altri fossero devoti, per ascoltare le loro di preghiere.
Lo shopping era di rito a Campo de fiori. C’erano tante piccole boutiques dove si comprava a prezzi relativamente onesti. Insieme alle magliette ed ai vestiti, mi attirava l’artigianato di un uomo che aveva tre dita per mano. Si chiamava Cosimo ed aveva il suo banchetto di gioielli di ferro, rame, pietre e acciaio, proprio nella piazza. Faceva cose bellissime e pian piano ha lanciato proseliti, di li a poco Roma sarebbe stata piena di suoi imitatori.
Ma ciò che mi manca più di tutto è la mia amica Stella.
Mi manca la sua lentezza proverbiale, quel suo fare tardi sempre, in qualsiasi occasione.
La sua sigaretta infinita davanti al caffè, i suoi pigiami sgualciti ed il suo taglio corto corto di capelli.
Un viso da copertina che truccava con impegno ogni volta che si accingeva ad uscire. Se Stella entrava in bagno per truccarsi, ci sarebbe rimasta per due ore.
Mi ricordo le nottate passate a ripulire le sue tavole, a tenere lontano quel gatto assassino che avevamo, dai suoi plastici avvenieristici.
E poi le lunghe passeggiate fino a via Giulia, che le piaceva tanto e Piazza Mattei con le tartarughe magiche, prima che quella strada diventasse incasinata e rumorosa.
I gelati da Giolitti, le serate al cinema di Nanni Moretti, all’intrastevere o all’Alcazar, con quelle poltrone rosse nelle quali avrei dormito per una notte intera.
Non so proprio a chi essere grata per questi ricordi, per avere avuto la possibilità di vivere quei giorni, anche con lei: Così forte ed irrazionale insieme, sempre in bilico tra il convenzionale ed il non; notturna, lunare ma col sorriso più luminoso che abbia mai visto.
Ci legherà per sempre quella lucertolina quasi invisibile che ha sulla nuca.
C’era lei a stringermi la mano quando feci il mio tatuaggio e lei ripeteva decisa che non l’avrebbe mai fatto, ma qualche giorno dopo cambiò idea e toccò a me darle forza mentre gli aghi le facevano male. Di lei mi ricordo le costosissime scarpe Prada che comprò l’anno in cui andammo ad abitare insieme; ricordo le ciabatte infradito che calzava d’estate, ma anche d’inverno e la ricordo ai fornelli: eccezionale. Pasta con i peperoni, risotto al radicchio, le torte greche in onore di Harà e poi quella buonissima insalata di arance che mangiava quando decideva di stare a dieta.
E’ stata e resterà sempre la mia “buona Stella”

100 di questi giorni
gennaio 27, 2007

75-anni.JPG

Ieri sera è stato bello, sicuramente più bello di quanto mi aspettassi. Immaginavo i discorsi prolissi delle autorità, i bla bla bla dei dirigenti, l’attesa estenuante per gli antipasti ed in parte avevo ragione, ma ieri sera ho capito che c’era di più, molto di più.
Dietro i festeggiamenti per i settantacinque anni del club calcistico del paese c’è la storia stessa del paese e della gente che in paese vive e che il calcio lo fa.
Il calcio è qualcosa che si comincia a seguire da bambini e che si continua ad amare, forse sempre di più, fino alla morte.
Così si cresce sui campi oppure sugli spalti dello stadio, nei campetti polverosi, in quelli con le pietre in mezzo, che se si cade ci si fa male davvero.
E si stringono amicizie autentiche e si collezionano aneddoti infiniti. E’ per questo e per molto altro che quella di ieri è stata una serata commuovente.
Ho pianto mentre andavano quei dieci minuti abbondanti di filmato in cui si ripercorreva, con qualche foto in posa e qualche goal, la storia gloriosa della squadra di Arce.
Ho pianto quando ho visto la foto di papà ed ho stretto i denti quando mi hanno chiamata per ritirare il gagliardetto e l’attestato alla sua memoria.
Per tutta la serata ho pensato che lui mancava, che avrebbe dovuto esserci perché, come al solito, avrebbe monopolizzato l’attenzione, avrebbe raccontato le sue storie, perché aveva una memoria grandiosa e la retorica affabulatrice e gli piaceva la compagnia. Mi faceva soffrire il pensiero che lui potesse essere tra noi e che non potesse però esserci fino in fondo.
Mi sono piaciuti i cori dei ragazzi della squadra, rivolti ai vecchi presidenti, ai vecchi mister. Ragazzetti di vent’anni che rendevano onore ad una storia iniziata e vissuta tanto tempo prima che loro nascessero… cosa rara al giorno d’oggi.
Ma il calcio, si sa, è capace anche di questo e per carità, di molto, molto di più.

Ricordo di com’ero
gennaio 26, 2007

brigida3.JPG

Ricordo con molto disagio le feste a cui partecipavo quando ero ragazzina.

Ogni volta, per me, era come andare in contro ad una esecuzione.
Non le evitavo perché non volevo che i miei si preoccupassero per la mia timidezza, volevo che pensassero a me come ad una preadolescente del tutto serena.

Sono stata una persona timida. Ho sofferto – molto – di una timidezza paralizzante, di quelle che impediscono di parlare in pubblico e di alzare la mano a scuola quando non si capisce qualcosa.

Eppure da piccolina ero stata precoce, loquace, simpatica, intelligente; una piccola adulta di cui ogni genitore sarebbe stato fiero.
Chi lo sa cosa successe poi.

In ogni caso, dopo tanto buio, all’improvviso è arrivata una luce calda, che mi ha cambiata molto.
Complice la lontananza dal paese e la vicinanza con persone che mi hanno insegnato nuovi paesaggi, mi sono scoperta estroversa.
Mi resta un velo di malinconia, che mi apparterrà per sempre e sopravvive un certo timore di essere invadente, di sbagliare i tempi e di non avere opinioni adeguate di tanto in tanto, ma gran parte della paura è andata via.
E’ stato contento di questo mio padre… e, quando ci penso, sono contenta io


gennaio 26, 2007

buon-giorno.JPG

Vado (tra parentesi)
gennaio 25, 2007

vado1.JPG

Vado, torno, stiro (con che risultati…), scrivo, scrivo, leggo, leggo

mi arrabbio (come al solito)

Cucino, mangio (mamma, non rompere, mangia che è buono.)

Esco alle 15.00, torno alle 20.00 (ce la faccio per le 20.00? Speriamo di si)
Uhm, stasera c’è il grande fratello, chissà come si veste la Marcuzzi… ma quest’anno hanno già trom…ato?
Domani (domani è venerdi? Si domani) cena sociale (nel senso che a me non la offrono ma a qualcuno la offriranno di certo) con la squadra di calcio.

Ora mi vesto (che cosa mi metto?) e mi trucco anche (eh, sarà meglio…)
Insomma vado (che, tra parentesi, sto facendo tardi)