Archive for marzo 2007

E speriamo che non piova
marzo 30, 2007

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io l’ombrello fucsia me lo porto, insieme ad un po’ di musica, un libro, una bottiglia d’acqua e cioccolato al latte.

Piazza Navona: ci sarà anche Beppe Grillo, solo poche ore dopo sarò anche io al palalottomatica a vederlo.

Non so cosa ne sarà di me domani, o forse dovrei dire oggi, perchè ormai ci siamo.

E, a proposito… ho sonno, questo si che è bello.

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Chi lo sa
marzo 30, 2007

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E’ alto il doppio di me ed ha la metà dei miei anni.
Arriva  con un motorino smarmittato che lo sento partire da casa, anche se abita a tre chilometri da qui.
Lo aiuto con i compiti di inglese “twice a week”; ora leggiamo Oliver Twist, mentre Dickens probabilmente si rivolta nella tomba.

Sta partendo per la gita scolastica, destinazione Venezia.

Dov’era il suo cellulare mentre gli suggerivo con nonchalance di portarmi un pensierino al suo ritorno?

Magari mi stava riprendendo e finirò presto su Youtube, quindi per direttissima nello studio di Woodcock, che tanto lì ci passano tutti prima o poi.

Mi accuseranno di estorsione di perline colorate, riciclaggio di cartoline turistiche, abuso indiscriminato di phrasal verbs.

Si, gli errori (si dice) si pagano.
Anche se, ormai è dimostrato: la giustizia non è uguale per tutti.

Legami
marzo 29, 2007

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La cena con Roberto e sua madre è stata bella.

Da un po’ di tempo mi capita di conoscere gente interessante, che potrebbe persino essere definita “importate”, ma Roberto non è solo un professionista di successo, lui è un componente della mia famiglia.

Lo dicevo scherzando ieri: è il doctor House del San Camillo.

Epatologo, cardiologo, con la seconda specializzazione presa di nascosto dai primari; una vita passata in corsia, con gli orari più assurdi e d’estate la smania di fare più ore di ambulatorio possibile… che lì c’è l’aria condizionata.
Roberto quando ha iniziato a studiare, lo ha fatto con un sogno: andare a lavorare, un giorno, al San Camillo di Roma, sogno che ha realizzato praticamente subito.

Al San Camillo ci ho passato un sacco di tempo durante il ricovero di papà, che poi fu l’ultimo e nonostante quella sia stata la fase più triste di tutto il decorso della malattia, fu anche il periodo in cui io e mamma ci sentimmo meno sole.
Provvidenzialmente (per noi, meno per lei…) Debora non lavorava in quel periodo; attraversava tutta Roma ed arrivava in reparto col suo piccolo termos pieno di frutta fresca per mamma e stava là con me, sedute nella veranda del reparto o nell’anticamera buia e stretta della stanza di papà. Mi ricordo che una volta lui ci sentì parlare e si mise a piangere.

Anche Adriana era sempre li. Preparava pranzi buonissimi, si portava dietro Emanuele qualche volta, che per l’occasione veniva rimpinzato di carte dei Pokemon.

Mi ricordo gli infermieri, finalmente gente degna del proprio titolo professionale, magari un po’ inflessibile, ma umana davvero.
Roberto ci ha detto che Sonia è incinta e Giuliano è ancora li con loro.

Ora Roberto è a dieta, ma ieri a cena, per la verità, ha onorato parecchio la tavola.
La sua è una bella storia.
Con suo fratello frequentava la parrocchia e scriveva sceneggiature per i piccoli spettacoli teatrali del suo popolarissimo quartiere romano.
Il padre, poliziotto, era il fratello di mio nonno.
Sua madre faceva la camiciaia e lavorava in casa. Riempiva le stanze di reggipetti marca “nadir” che le pagavano 30 lire l’uno.
Zia Luisetta mi ha detto: “lo stipendio di un poliziotto era troppo basso, col lavoro mio, avevo sempre un po’ di soldi nel cassetto”
“un po’ di risparmi”, ho detto io
“no, no… soldi per mangiare” ha risposto lei.
Del resto Roberto e suo fratello Massimo hanno studiato tutti e due ed i soldi se ne andavano per una buona causa.
Tutto questo mi ricorda il film “Mayrig” (quella strada chiamata Paradiso).

Da qualche mese Roberto è diventato capo reparto, senza nessunissima spinta politica, che lui di queste cose non se ne occupa proprio.
In controtendenza con il resto di quanto accade in Italia, il suo capo ha semplicemente premiato uno bravo ed il più giovane.

Roberto, ormai da anni, ha comprato un appartamento a monteverde, vicino all’ospedale in cui lavora, ma ci tiene solo una grande libreria, dice che non ha tempo di arredarlo e continua a vivere a torpignattara e ad attraversare la città almeno due volte al giorno.
Sarà anche vero che gli manca il tempo, ma io credo che lo faccia soprattutto per qualcosa che caratterizza la sua vita da sempre: il senso di responsabilità.
Sua madre è anziana, ha mille acciacchi, qualche ricovero recente, l’età che va avanti e mica torna indietro.
Roberto non la lascerà mai, perché è un medico responsabile.
Ieri mi ha detto che forse costruirà un casale qui ad Arce. Loro hanno un terreno al quale sono legatissima. Mi ci portava mio nonno quando ero piccola; era pieno di piante di bosso, che è un arbusto piuttosto raro e di allori di diverso tipo.
E’ un terreno un po’ isolato, che per qualcuno può essere uno svantaggio, ma che dal mio punto di vista è un valore in più e nelle mattine d’estate sembra un posto incantato, tra sole e foschia.

Non so come concludere questo post, perché è da ieri sera che penso e ripenso a quanto sia importante il legame tra le persone, come se tutte le nostre storie formassero un puzzle immenso, nel quale ognuno può andare con una lente di ingrandimento su un pezzo alla volta.
Avrei tanto da aggiungere, ma mi limito a dire che, non volevo neppure andarci alla cena di ieri e invece, che peccato se non avessi partecipato.

Scene… da un matrimonio
marzo 28, 2007

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Ne L’Onore dei Prizzi, di John Huston, Teresa Prizzi si sposa all’inizio del film, proprio mentre Jack Nicholson e Katleen Turner si lanciano le prime occhiate amorose.
La sposa mi ha ricordato mia madre nel giorno delle sue nozze.
Andavano le note dell’Ave Maria di Gounot e Teresa Prizzi aveva fiori tra i capelli e un ciuffo sulla fronte, proprio come mamma, che però non aveva voluto il velo.

Il film che non vedrò mai
C’è un film che invece non vedrò mai, è Closer di M. Nichols del 2004.
L’ultimo film che papà vide al cinema.
I genitori di Debora non lo gradirono, a lui invece piacque. Me lo raccontò, mi spiegò cos’è che lo aveva affascinato, cos’è che secondo lui avrebbe potuto migliorare la trama; lo faceva sempre, aveva sempre qualche appunto da fare, le sue piccole note, le sue personali interpretazioni, come tutti quelli abituati a rifiutare una vita vissuta da passivi, come tutti quelli un po’ narcisi, vagamente innamorati della propria originalità.
Io non lo voglio vedere perché so che guardandolo cerchrei di farlo con i suoi occhi e poi perché ho timore che possa non piacermi.
C’è poco da ragionarci su: voglio che almeno qualcosa resti com’era fino a quando lui è stato vivo.
Mi pare in qualche modo, di poter fermare un pezzettino di tempo.
Scema ma ostinata, scema e ostinata.

W le DONNE!!!
marzo 27, 2007

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Dopo la cena dell’altra sera la mia gola non è più la stessa.
Eppure ho parlato davvero poco: ho ordinato una pizza margherita e una delizia al caffè.
Con Davide poi abbiamo ragionato un po’ di Murdock.
Lui si rammarica che qui in Italia Sky vada tanto forte, perché per gli americani del democraticissimo Massachussetts, Fox news è il luciferino megafono di Bush.
Qui però, gli spiegavamo, non c’è alternativa e nonostante gli avessimo raccontato la storia dei decoder per il digitale terrestre e dei magheggi berlusconiani, lui continuava a pronunciare il nome di Murdock come “Merdock” e storceva il naso “that’s no good! Murdock is worse than Berlusconi”, che poi Davide parla un italiano perfetto, ma quando si infervora gli viene solo l’inglese.

Però il problema è che gli uomini quando discutono tra di loro alzano la voce, ridono pesanti e si urlano concetti importantissimi (Oh, chiama n’altra birra!) da un capo all’altro della tavola.

Quando poi parlano di cose importanti veramente, allora c’è da prendere, alzarsi ed andarsene in macchina a spinzettarsi le sopracciglia a sangue finchè non finiscono (discussioni e sopracciglia).

Il fatto è che uno degli sport preferiti dai ragazzi che conosco è lamentarsi del proprio lavoro.
C’è chi lavora troppo, chi paga troppe tasse, chi crede di mandare avanti l’Italia da solo e chi pensa di trovarsi nel Truman Show.

L’altra sera c’era un commercialista al nostro tavolo e si discuteva su chi pagasse più tasse tra lavoratori dipendenti ed imprenditori.
Un discorso legittimo a priori, ma del tutto irrazionale se, come è successo, si scende sul personale.
Gli animi erano accesi, crepitanti direi, come il faggio nel caminetto.
Dipendenti ed imprenditori giocavano al rilancio su chi fosse più vittima dello stato, della vita, delle donne…
Io me ne stavo in un angolino ad aspettare che quella tortura finisse e come me altre due sventurate ed imbarazzate fidanzate.
Mi pareva che non avesse senso quel difendere ad oltranza la propria categoria portando esempi personali, anche perché conosco le persone implicate nella discussione e, benché appartenenti a categorie diverse, hanno il medesimo stile di vita e subiscono le medesime privazioni.
Stanno sulla stessa barca insomma,ma non se ne rendono conto. Ho pure provato a fare questa obiezione, ma ho una vocina inesistente io, soprattutto in mezzo a due o tre maschi incazzati tra il serio ed il faceto.

Come da copione, il lavoratore dipendente tifa a sinistra, il piccolo imprenditore a destra.
Io avrei bisogno di farmi le sopracciglia e, insomma, credo di aver perso un’occasione l’altra sera.

Bella
marzo 26, 2007

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Serata a casa, da sola: un po’ di pc, un gelato e la tv.
C’era un film con Julianne Moore su Sky, l’ho guardato tutto perché non avevo sonno ed ero nervosa e poi perché mi piace Julianne Moore.
Ha un viso incantevole, forse un troppo spigoloso, ma quel pallore etereo, le efelidi ed il leggero rossore sulle gote e poi le labbra sottili ed il colore ramato dei capelli; mi pare che la sua sia una bellezza fine, elegantissima.
Mi piace la femminilità un po’ all’inglese, sensibile e fragile.
Chissà perché una cosa piace più di un’altra, magari al di la delle mode del momento e nonostante le imposizioni dei contemporanei canoni estetici?

Chissà perché non dormo ancora, anche se dovrei.
Ci provo.

Back to Italian/Parla come mangi
marzo 25, 2007

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Basta, è finita la settimana anglofona o anglomorfa; mi sono accorta che i titoli dei miei post degli ultimi 7 giorni erano tutti in inglese, magari per solidarietà a Marco che se ne stava a sollazzarsi con birra e whiskey Irlandesi e serate a tema cubano nella verde terra di San Patrizio.

Mentre io mi frantumavo i piedi sui sanpietrini romani, lui mi mandava un messaggino alle 13.30 (12.30 in Eire) di sabato, dicendo che si era appena svegliato, perché c’era stata una serata “salsa” nel bar del suo albergo. Aaarrrgg!

E io che mi facevo problemi a prendere lezioni di latino americano per non metterlo in imbarazzo… mo ti sistemo io!
E poi… e poi, voglio fare un rito propiziatorio.
Voglio salutare come si deve la settimana che va a cominciare, perché se fossi al posto del lunedì, io sarei troppo depressa.
Tutti odiano il lunedì, io invece no e voglio che lo sappia, sia mai che mi restituisca il favore prima o poi!

Life in a cartoon motion
marzo 25, 2007

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Chi vive in paese ha il cruccio, come chiunque altro, di fare la cosa giusta nella vita, ma in più deve preoccuparsi di quale sia la percezione di se stesso che lascia alla propria comunità.
Ieri ho fatto appena in tempo ad andare al cimitero dopo essere tornata da Roma; avevo addirittura un po’ paura che mi ci chiudessero dentro. Per tutto il viaggio avevo avuto l’Ipod sparato nelle orecchie: prima i podcast de le interviste barbariche e poi un po’ di musica random.

Avevo tenuto le cuffie in macchina e poi ho deciso di non toglierle neppure una volta varcato il cancello del cimitero.
Mi sono accorta di quanto fosse surreale quella situazione solo dopo qualche passo.
Non sentivo il rumore dei piedi sulla ghiaia, ma mandavo a memoria i motivetti orecchiabili delle canzoni di Mika, che impari subito, anche se sei al primo ascolto.
Mentre andava “Billy Brown”, brano che pare abbia definitivamente consacrato Mika come icona gay, mi sforzavo di immaginarmi nel mezzo di un funerale a New Orleans, dove tristezza e rispetto e ritmi concitati si fondono nella celebrazione del ricordo dei defunti.

Incontrando un paio di persone sulla mia strada, mi sono chiesta se fosse opportuno oppure no, ai loro occhi, che io avessi la musica sparata nelle orecchie in un luogo di culto.
Sicuramente no. Forse persino io guardando un ragazzo con le cuffie indosso dentro un cimitero, non avrei potuto fare a meno di giudicarlo superficiale, drogato della sua tecnologia, del suo piccolo mondo standardizzato, dove il silenzio non deve entrare, come pure la solitudine e la riflessione.
Nel mio caso avrei sbagliato e chissà quante volte ho sbagliato nel giudicare.

In paese la possibilità di sbagliare i propri giudizi sulla gente si alza esponenzialmente rispetto a quanto accade nelle città.
In paese tutti sono sotto osservazione e con una punta di malizia in più:
Dalle persone più apprezzate ci si aspetta sempre un passo falso ed il buono che riguarda gli scavezzacollo si tende a vederlo come occasionale ed irrilevante.

Ogni tanto penso di abitare in una grande scuola di recitazione a cielo aperto, dove ognuno con il proprio ruolo, imposto o ricavato fortunosamente, inscena la propria recita per il resto del pubblico. Il pubblico ti guarda e all’improvviso, se non gli piaci, ti chiude il sipario in faccia.

blue jeans
marzo 23, 2007

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Allora, domani Roma, oggi shopping.
Semplicemente perché unire l’utile al dilettevole è sempre più difficile. Domani non avrò tempo di respirare.
Oggi però mi sono concessa qualche spesuccia primaverile, pure troppo primaverile visto il venticello di tramontana che tirava  da queste parti.
E insomma, domani mi aggirerò sperduta per la capitale, probabilmente con un paio di jeans nuovi e un indirizzo in mano. Cappottino o giubbotto di pelle? Ho deciso per il cappottino, la moda non lascia spazio all’indecisione.
Spero di godermela, al di la di tutto.
In genere andare in giro da sola mi piace.

magic box
marzo 23, 2007

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Ho già scritto di qua
E stamattina pensavo che l’aria sembra più mite.
Chiunque voglia può lasciare un messaggio, un saluto, un pensiero, una formula magica, magari per il tele trasporto.