Archive for settembre 2007

L’odio cortese
settembre 20, 2007

Prima mattina, morale sotto le scarpe, fila all’ufficio postale, un solo sportello aperto, caldo e desolazione, somma tracotanza di impiegati oziosi.

Tu, che apri uno sportello all’improvviso, che mi guardi accigliato e mi dici “che devi fare?”, tu… non sai quanto mi stai antipatico.
Prima di tutto “che devi fare?” lo dici a tua sorella; Tu a me devi dare del lei. Noi non ci conosciamo, non ci conosciamo neppure di vista, per fortuna.

Mentre presti servizio, poi, sarebbe il caso che non ti lasciassi andare al turpiloquio perché le persone che hai a fianco e di fronte potrebbero non gradire e infatti io non ho gradito per niente. Tu non stai a casa tua, anche se – fosse per me – dovresti rimanerci per sempre.

“La ringrazio, arrivederLa” forse è lezioso, ma almeno è educato e restituirti educazione in cambio della tua maleducazione, per te è la punizione migliore.
La maggiore soddisfazione per me sarebbe stato darti dell’idiota apertamente, ma ci vuole una bella faccia tosta per certe cose, una faccia tosta, magari come la tua.

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Can che abbaia morde… e come!
settembre 19, 2007

Olè, ho mal di gola!

Probabilmente era destino o forse è successo perché ho passato la notte in bianco tra balcone e giardino a lanciare ortaggi e pietre contro i tre maremmani che erano penetrati nella mia (tutt’altro che) invalicabile proprietà.

Il cane Brando è a brandelli, ha difeso il territorio a suon di morsi e pipì, però è il più malridotto tra i litiganti.

I tempi cambiano anche per gli animali e se prima era il maschio ad andare dalla femmina in calore, adesso è la femmina a scegliersi il compagno (la capisco e la approvo per aver scelto Brando) e a portarsi pure  gli altri pretendenti.

Con i maremmani ho un brutto rapporto io, superstite di una aggressione per niente simpatica; ciononostante stanotte mi sono più volte gettata nella mischia per scacciare gli intrusi… ma senza successo.

Stamattina erano ancora qua, accomodati nel portico, distesi all’ombra, pure loro a leccarsi le ferite.

Sono andata a cercare i padroni che, alla fine, verso l’ora di pranzo sono venuti a prenderseli.
Non mi mancano, mi manca invece qualche ora di sonno, un po’ di salute, così come a Brando… tutto per colpa dell’amore.

catenamica
settembre 18, 2007

Se freud aveva scoperto l’invidia del pene, lui coltiva l’invidia della frangetta; nello specifico quella di Zac Efron, che la zazzera di jesse Mccartney non gli è mai stata simpatica.
Il suo blog è il tempio delle carampane italiane (quelle dei Tokyo Hotel ci tengono i loro ex voto) e ricettacolo di pettegolezzi di bassa lega ed è per questo che lo frequento!
E’ il più bignardo tra i diari e all’improvviso decide di passarmi un meme. Io me lo piglio.

Questa nuova infausta catena prevede che si raccontino 8 particolarità inedite della propria vita.

Numero 1: Ero a New York da un paio d’ore  (fusa dal volo e stressata da Marco che era stressato da chissà che)
E già cercavo su internet il vecchio indirizzo della scuola d’arte che aveva ispirato Alan Parker per il suo “Fame”
La nuova scuola ora è vicino al Lincoln center, ma io cercavo quella in cui era stato girato il film e la serie televisiva… e finalmente Bingo!
Segnai l’indirizzo e ne feci la missione prioritaria per il giorno seguente.
La mattina dopo non ci fu bisogno di fare molta strada, la vecchia scuola darte era proprio li, di fronte a noi, ci bastò attraversare la strada per trovare la targa. Mi appoggiai a quel muro e mi commossi un po’.

2: era il 1997 quando cominciai a fare lunghe passeggiate a passo svelto per sport. Lo racconto perché allora qui in paese nessuno lo faceva, al massimo si correva e se non si correva si faceva ginnastica in palestra.
Oggi invece un mucchio di gente pratica la camminata o “fit walking” come esercizio sistematico.

3 sempre in tema di fitness, lo confesso: avevo e conservo ancora le due videocassette di Cindy Crawford, che oltre a contenere un bel programma di allenamento, sono girate con una regia davvero interessante e la colonna sonora di Seal fa il resto.

4 Mi tingo i capelli da 9 anni e non vado al parrucchiere da 13.

5 Ho la pelle secca, quindi ogni giorno sono costretta a scartavetrarmi sotto la doccia col guanto di crine e poi ad applicare una bella dose di crema Nivea che, per inciso è la migliore, nonostante con questa nuova profumazione ho l’impressione che abbia perso un po’ della sua santa glicerina.

6 Mi feci i buchi alle orecchie in terza media, ne ero proprio felice. Peccato che ad un certo punto uno dei buchi face un’infezione paurosa, tanto che dovette intervenire il medico per cacciarmi l’orecchino… da allora solo clips o niente.

7 Le rose non mi piacciono. Per carità, sono dei fiori bellissimi e del resto è difficile che un fiore non sia bello, ma non ho mai più trovato rose tanto belle e profumate quanto quelle che si arrampicavano sul muro che c’era dietro casa nostra alle case popolari. Loro sono uno dei ricordi più belli della mia infanzia ed è da cose così che puoi imparare la bellezza.

8 quando sono a dieta uso mangiare soltanto uno Yogurt a cena, il che mi rende affamata e acida.
Ora sono a dieta.

Passo la palla a silencesorrow che è un ragazzo di buona volontà!

un ricordo all’improvviso
settembre 18, 2007

Avevo 15 anni quando un giorno sorpresi mia madre mentre leggeva il mio diario.

Non avevo un diario di quelli normali, magari rosa, col lucchetto; il mio era un taccuino nero della Moleskine e mi piaceva da morire scrivere la sopra, fitto fitto, alternando penna e matita. Me l’aveva portato mia zia, da Lugano mi pare. Mia madre con la mano destra stirava una camicia di mio padre e con la sinistra teneva aperto il quaderno.

Io non glielo strappai dalle mani e di questa decisione mi sorprendo ancora, tradisce un atteggiamento rassegnato e sottomesso di cui sono spesso vittima.
Ho sempre subito molto l’autorità dei miei genitori e persino ora, in piena flagranza di reato, non sapevo ribellarmi.

Mi indignai però, urlai, andai a protestare da mio padre che, stretto tra due fuochi, non seppe scegliere e molte porte sbatterono convulsamente quella sera.
Non parlai ad entrambi per due settimane.
Avevo pensato pure di andarmene via di casa, ma dove sarei finita? Così risolsi che a 15 anni fosse meglio una madre impicciona che una vita barbona.

Presi a non mangiare più quello che cucinava mia madre, i miei pasti me li preparavo da sola, così come non accettai più che lei raccogliesse in giro i miei panni e li lavasse, avrei avuto una vita del tutto indipendente, con le mie lavatrici e le mie cene improbabili.

Fu una faticaccia… Ad un certo punto ebbi la sensazione di pagare personalmente l’errore di mia madre e, accantonando l’orgoglio, ripresi la vecchia routine.

Del resto cos’era successo di nuovo?

Quella non era stata che la prova dell’imperfezione dei miei genitori, come esseri umani e come tutori, ma era stata l’ennesima e molte ancora ne avrei avute.

Il mio non fu vero perdono, mi adattai a delle circostanze ovvie. La più ovvia delle quali è che una famiglia non è mai perfetta, ma resta una famiglia.

Roma Città Aperta
settembre 16, 2007

E il viaggio comincia
Avevo portato 2 libri, un Ipod e la console nintendo per non rischiare di annoiarmi in treno e invece, io che dico sempre di non conoscere nessuno, alla stazione ho incontrato prima Gilberto, e poi Paola e Fabrizio.
Si è parlato di treni, ma anche di autobus; con Fabrizio che fa il capostazione e Gilberto che guida gli autobus di Roma da otto anni non si poteva parlare che di percorsi.
A Termini i saluti sono stati frettolosi, due avevano una coincidenza per Milano, un altro scappava a Centocelle ed io puntavo al centro.

Debora, Daniela ed io
Una giornata estiva, con le spalle scoperte, le infradito e il trucco dorato come il sole.
Appuntamento alle 12.30 alla fermata Flaminio, l’uscita su Piazza del Popolo. Tutte e tre sincronizzate al secondo, baci, saluti, felici di stare bene.

Casa di Daniela è li vicino, ci aveva fatto capire di non esserne entusiasta, io però farei carte false per una casa così.
E’ enorme, cavolo ed è così colorata e traboccante di libri.

E’ in subaffitto da un attore che fa la spola tra Milano e Roma; questo ai miei occhi è un particolare positivo, non ai suoi però.

Non indago troppo, anche se ci rifletto guardando oltre il terrazzino della cucina che da sul cortile. E penso anche che non ci sono colori migliori per una cucina così che il bianco e l’azzurro.

Il cuore di Roma
In un attimo siamo a Piazza del Popolo dove c’è chiasso sportivo, una manifestazione dell’adidas che non ci interessa.
A pochi passi da noi, in via del Corso, le carampane impazzite di Zac Efron incontrano il loro idolo alle librerie Mondadori.

Noi invece ce ne andiamo a destra, verso l’Ara Pacis.
Non ho visto la mostra di Valentino, ma Daniela ci riferisce che di sera quei manichini fanno un effetto inquietante.

La nostra meta è Piazza Navona, la dietro, a Piazza del Fico, c’è l’osteria dove mangeremo, che tra una cosa e l’altra è già l’una passata. Mai mettersi sulla strada di tre ragazze affamate.

Le strade di Roma hanno del divino e questo è certo, ma i Sanpietrini sono un’invenzione diabolica. Noi però procediamo a passo svelto, come se sotto i piedi avessimo un tappeto rosso.

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Via dei Pianellari 14
Poi, in via dei Pianellari c’è un bivio, per arrivare a Piazza Navona si va a destra, se ci sono dubbi basta guardare in su; c’è un pannello di legno e delle frecce direzionali davvero uniche.
Fatti due o tre passi indietro, giusto al numero 14, ti accorgi di chi è stato a realizzarle.

Un omone dai capelli e la barba bianchi, seduto su una sedia sistemata sull’uscio di una bottega un po’ angusta. I piccioni gli lasciano ricordini capricciosi giusto a due centimetri dai piedi, ma che fa?

E’ lo scultore Ferdinando Codognotto, da San Donà di Piave, a Roma da 40 anni.
La gente lo saluta e lo chiama “maestro”.
Noi con lui parliamo quel tanto che basta per sapere che è il Salgari del legno. Le sue sculture hanno viaggiato per il mondo, ma lui no.
Il suo mondo è poesia di miti e di ingranaggi e guai a scambiare il suo cavallo tecnologico per quello di Troia.
E’ un mastro Geppetto nel cuore di Roma che parla, parla e mi stupisce.
Sposato per 50 anni, la moglie, morta l’anno scorso era una ariete ascendente ariete, mi commuove quando dice “quello che ho fatto l’ho fatto perché c’era lei”

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Il maestro aveva voglia di raccontare e noi stavamo la a cogliere scampoli di vita d’artista. L’orologio andava e ritrovare la strada del pranzo era diventato indispensabile.

Le freak c’est chic
Vicolo del Fico lo ricordavo per il Jonathan’s angels

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e per il famoso “il locale”
È una stradina magica che non attira troppi turisti, ma che in compenso è animata da piccoli grandi scacchisti che giocano su scacchiere di carta… questa proprio non la sapevo, ma che quella è una stradina magica non l’ho detto a caso.
Di notte si sente, si respira, si vede ciò che di giorno si può solo immaginare.

E poi e poi
La cucina romana ci si piazza sullo stomaco, ma riprendiamo il cammino, Roma ci aspetta col profumo di caffè, i centurioni finti, le carrozzelle insidiose, i turisti giapponesi e la cupola del pantheon, aperta come il cielo, aperto come la città più bella del mondo


settembre 14, 2007

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Che bello…

 

Ogni altra nota sarebbe superflua, un libro che va letto e vissuto personalmente, perchè è capace di dare ad ognuno sensazioni diverse.

L’amarezza si fonde al sorriso e solo chi legge decide quale sentimento lasciar prevalere.

 

Io?

La mia anima malinconica non mi abbandona mai. Purtroppo.

A sangue freddo
settembre 14, 2007

Oppure, di efficienze o inefficienze feline…

Che prendere così indebitamente in prestito il titolo del romanzo documento di Truman Capote è un po’ troppo, me ne rendo conto.

Io conosco un gatto che questa estate ha catturato 7 serpenti e poi li ha portati come trofeo, uno dopo l’altro, davanti la porta di casa, riempiendo d’orgoglio i suoi padroni.
Invece ieri ho sorpreso un serpentello a fare la muta sullo zerbino di casa mia mentre i miei 10 gatti dormivano… chissà dove.

Di sogni ed altri treni
settembre 13, 2007

Qualche secolo fa, ai tempi del liceo, il mio autore preferito era Poe.
Al solo udire delle sillabe fosche che compongono quel nome: “Edgar Allan Poe” io provavo una sensazione piacevole, come di piccole certezze familiari.

Avevo un debole per il mistero e l’irrazionale e mi compiacevo anche (oggi mi spiace un po’ ammetterlo) di quell’atmosfera fredda e verdognola, come di muschi e sassi di fiume, che avvolgeva ogni racconto.

Io stessa mi cimentai nella stesura di un paio di novelle che, in tutto e per tutto, ricalcavano lo stile del nostro, tranne – ovviamente – che per la lucida quanto macabra genialità delle idee.

Dubito che a 14 o 15 anni si possa scrivere qualcosa di degno de “Il seppellimento prematuro” o de “la verità sul caso di Mr. Valdemar “ o, ancora meglio, de “La caduta della casa Usher”
Eppure io ci provavo, galvanizzata da qualche annotazione positiva di un mio professore dell’epoca.

Ne parlo perché, forse memore del podcast de “Gli omicidi della Rue Morgue” (letto in marcatissimo accento torinese) che avevo ascoltato qualche giorno fa, oggi mentre sonnecchiavo in treno, ho avuto un’esperienza che trovo quasi degna di Poe.

Tanto per cominciare, la mattina è piuttosto fredda in questo periodo, quindi mi ero seduta rannicchiata vicino al finestrino ed avevo sperato di addormentarmi al più presto.
Quanto più speri nel sonno tanto meno quello ti accontenta.

Davanti a me c’era un omone col naso pronunciato, una pelata davvero imponente e la bocca semi aperta con quell’espressione che sembra dire “non so dove mi trovo, ma va bene così”.

La faccia (poco gradevole) di quel signore è stata l’ultima cosa che devo aver visto prima di chiudere gli occhi.
Mi ero accorta di essere in procinto di addormentarmi, quando sono sul treno dormo sempre lasciandomi un margine di lucidità, così, tanto per evitare di russare di fronte a tutto il vagone (che non si sa mai).
Poco prima di addormentarmi però, l’omone prende e comincia a picchiettarmi sulla spalla, cercando di svegliarmi; persino il ragazzo seduto a fianco a me ne sembrava stupito.

Io riapro gli occhi stralunata e mi ritrovo davanti quella faccia paffuta che mi guarda in modo strano, poi tende la mano e porgendomi il biglietto del treno mi dice “ti era caduto”. Io devo aver risposto un “grazie” non troppo convinto, perché tra me e me pensavo che nessun biglietto valesse quel preciso istante di tiepido sonno.
Preso il biglietto ho chiuso gli occhi finalmente.
Ho dormito quasi fino a Roma e quando ho riaperto gli occhi mi sono resa conto che l’omone non aveva affatto picchiettato sulla mia spalla, era stato solo un sogno stupido.
Ad un certo punto però il biglietto che avevo in grembo scivola a terra e l’omone si piega a raccoglierlo, poi mi tende la mano e me lo porge con un gesto del tutto identico a come l’avevo sognato, solo che nella realtà l’uomo non aveva parlato.

Ecco, io dico, se proprio devo avere premonizioni, non potrei per caso averne di migliori… tipo un sei al superenalotto?

E adesso?
settembre 12, 2007

Potrei riempire dieci pagine fitte fitte con ichiostro blu notte – notte profonda- per spiegare quanto e come e perchè mi sento nervosa, ma soprassiedo.  Evito. Risparmio.

Anche le energie risparmio, che la sveglia mi suona alle 5.30 e dormire piace a tutti. Sai com’è.

E a proposito: questa notte qui non è blu, a me sembra nera.

Il cane che annusava la morte
settembre 11, 2007

Fa sorridere, come fanno sorridere i gesti scaramantici, ma io ho una storia da raccontare che come tante altre è sospesa per aria con il solito “non è vero ma ci credo” e fa sorridere, forse, chi decide di non crederci.

Era una primavera piovosa quella in cui mio padre si ammalò, ricordo che ad ogni scampolo di sole lo trascinavo fuori credendo che la luce e il calore gli facessero bene.

Ricordo che ero un po’ ridicola e goffa quando cercavo di strappargli un sorriso e qualche volta ci riuscivo, complici i gatti ma soprattutto  i cani che accorrevano in massa intorno a noi facendoci le feste, tutti tranne uno.

Dora è un cane di taglia media, è bianco con qualche macchia nera qua e là, è un cane che sembra sorridere sempre anche se spesso se ne sta solo.

In quel periodo però stranamente aveva cominciato a non avvicinarsi più a casa, si teneva a grande distanza e restava infondo al campo, seduta, a guardare verso di noi, senza però venire mai.

Io mi avvicinavo, la accarezzavo, le portavo da mangiare, ma quando andavo via lei non mi seguiva; mi lasciava andare e restava a guardarmi.

Ogni tanto cercavo di convincere mio padre a venire con me ma non voleva, così spesso mi trovavo tra loro due che stavano in piedi a fissarsi in modo strano dalle due estremità del campo.

In quel periodo avevo molto altro a cui pensare e non mi arrovellavo a comprendere il perchè degli improvvisi capricci di uno dei miei cani.

Poi le cose con mio padre precipitarono, venne ricoverato in ospedale e mia madre praticamente si ricoverò con lui.

Io facevo avanti e indietro, tornavo a casa per prendermi cura degli animali e ripartivo subito. Era anche una buona scusa per spezzare la tensione e pensare ad altro. I cani erano tutti li quando tornavo a casa, tutti tranne lei, Dora.

Non mi importava, sapevo che veniva a mangiare e poi scappava via, ogni tanto la sorprendevo a notte fonda vicino alla ciotola anche se alla mattina non c’era più.

Però all’improvviso cominciai a notare che più mio padre peggiorava più lei restava nei paraggi.

Negli ultimi giorni di vita di mio padre lei si era sistemata appena fuori il cancello.

La notte in cui mio padre morì, io tornai a casa e ritrovai Dora sdraiata sullo zerbino davanti alla porta.

Da allora in poi non si è mai più allontanata, tranne quei due giorni l’anno scorso: quelli in cui morirono i miei due gatti.