Archive for giugno 2008

intermittenze
giugno 19, 2008

In un paesino americano (Gloucester, Ma) 17 sedicenni stringono un patto: niente anticoncezionali, rimaniamo incinte insieme e insieme cresciamo i nostri bambini, è l’unico modo per sentirci amate incondizionatamente in questo mondo dove nessuno ti fa mai una carezza senza volere qualcosa in cambio.

In un paesino del Galles (Bridgend) i ragazzi prendono una corda e si impiccano uno dopo l’altro da 18 mesi. Hanno, anzi avevano tra i 15 e i 27 anni.
Nel Galles forse hanno pensato che nessuno, probabilmente nemmeno un figlio, potrà mai amarti incondizionatamente.

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lingue e letterature straniere
giugno 19, 2008

Cosa ci fa un ucraino ubriaco sul treno? Semplice, sale e si siede proprio vicino a Brigida.

Un ucraino ubriaco che pretende di parlarmi nella sua lingua, che beve una specie di tavernello taroccato, che probabilmente non si lava da quattro o cinque anni a giudicare dalla puzza , che si crede Adriano Celentano, l’artista, che sbraita contro qualsiasi donna (tranne me per la verità) chiamando ognuna “kurva”, gentile appellativo per meretrici e accompagnatrici licenziose.

Io leggo “Brigate rosse, una storia italiana”, l’intervista di Rossana Rossanda e Carla Mosca a Mario Moretti; il mio libro tosto non ha nessun potere su di lui che continua a pretendere di parlare… naturalmente in una lingua che non conosco, tranne che per gli epiteti coloriti che riguardano meretrici e accompagnatrici licenziose.

nessun dorma
giugno 18, 2008

Io sono pronta.Vado a letto che è ancora è giorno e mi sveglio col sole già alto, eppure vivo in Ciociaria, non al polo nord.
Mi infilo un vestitino, è viola, ma tanto non vado a teatro e Bruno non è nei paraggi. Bruno è a teatro anche quando non è a teatro e per lui le uniche regole che esistono davvero sono quelle del teatro, chiedilo alle centinaia di multe che giacciono non pagate nel cruscotto della sua macchina.

Ieri non ho visto la partita. Sta di fatto che oggi non so ancora come sia andata la nostra nazionale. La nostra… forse la vostra, anzi la tua. Sono quasi certa che non sia la mia.
Io, come dire, mi dissocio.

Per me il calcio è morto insieme a papà. Tre anni fa la Juve vinceva lo scudetto e non so se papà lo abbia capito. Del resto cosa importa del calcio ad un uomo che sa di dover morire? Per fortuna niente, perché quello scudetto era un imbroglio, il calcio italiano – si scoprì – era tutto un grosso imbroglio.

Eppure la gente è rimasta lì, a cantare un inno che non sa, in piedi insieme a gente che per un tiro al pallone guadagna quanto nessuno tra loro potrà mai guadagnare in una vita intera e ride e piange e urla, si emoziona come di rado si concede di fare nella vita e a me pare così assurdo.

Non posso fare a meno di pensare che sia così anche per tutto il resto.

Tutto passa senza conseguenze: i processi annullati, i mafiosi che diventano eroi e noi siamo lì, orgogliosi di poterci sentire orgogliosi, perché in fondo pensiamo che si tratti solo di un gioco, di novanta minuti soltanto, di un pallone rotondo, pieno d’aria… solo aria.

L’australia a casa tua
giugno 16, 2008

Sono stanca stasera, ma proprio tanto. Del resto è lunedì e poi ho finito zeroville e ne ho subito sentito nostalgia. Ho fatto lezione di surf in metropolitana, rimanere in piedi senza reggersi è difficile come cavalcare un’onda; gli squali ci sono, quelli non mancano mai.

La settimana è così lunga e vista da oggi mi sembra anche difficile.

Santi e Divi
giugno 15, 2008

Oggi devo scrivere di due eventi che hanno monopolizzato la giornata; sono piccoli eventi accaduti in posti piccoli a gente che ha una vita piccola, anche se non se ne lamenta.

Il santo patrono del paese è venuto a farsi un giro nella mia contrada. Per l’occasione i miei vicini di casa – tutti – e mia madre, con i miei zii, si sono prodotti in una delle più memorabili gare di cattivo gusto e pacchianeria che cervello umano ricordi.

I cento, cento cinquanta metri che ho percorso per ritornare a casa mia, ora sono un tripudio di coccarde e bandierine e palloncini multicolori di cui spero almeno il santo sia rimasto soddisfatto, perchè a me fanno orrore.

Io non c’ero. Un po’ sapevo che non ci sarei stata, un po’ ho fatto di tutto per non esserci.

Le processioni, gli spari, le statue portate in giro su e giù per il paese, mi sforzo di associare tutto ad un sentimento di tenerezza per il folklore e le tradizioni di un tempo, ma alla fine riesco a pensare ad una cosa sola: l’idolatria.

In ogni caso rimane valida la mia convinzione che ogni scusa è buona per fare festa, ma ognuno evidentemente ha le sue feste e oggi non è stata la mia.

Poi ho visto il Divo, ho visto Il Divo proprio mentre il Santo veniva portato a spasso per il paese e la gente lo acclamava e intonava canti.

Non so perchè, ma avrei applaudito già dopo il primo minuto. Certe volte si capisce già dopo il primo minuto se il film ti piace oppure no. L’unico inconveniente è che da quel punto in poi avrai sempre paura di rimanere deluso da un momento all’altro.

Il Divo però è un film che quando le luci si accendono per l’intervallo, ti dispiace e alla fine, anche alla fine ti dispiace.

Sorrentino ha studiato tanto, deve aver fatto un lavoro enorme di ricerca sui dettagli che per fortuna è stato ricompensato dalle critiche positive che ha ottenuto la sua opera.

Il mio sguardo sul film è stato quello di una persona preparata, che ricordava, che conosceva e non riesco ad immaginare come possa aver vissuto il film qualcuno che non sapeva di cosa parlasse realmente e chi fosse quella persona accovacciata in un cunicolo davanti ad una bandiera con la stella a cinque punte che con la sua voce fuori campo lanciava non accuse, ma condanne ad Andreotti, le uniche che abbia mai ricevuto.

Credo che chi conosce la storia, si goda il film molto più di quanto possa fare uno sprovveduto. Ma del resto la conoscenza paga spesso… anche se non sempre.

un documento, prego
giugno 13, 2008

Controllo dei documenti sul treno? Questa è una novità. Aspetto che trascrivano i miei dati non so dove e poi chiedo: “scusate, come mai fate questo tipo di controllo?” Lo sbirro mi guarda con un muso antipatico, bofonchia qualcosa e poi dice: “voi non lo dovete sapere” Voi, cioè noi, i passeggeri, gli schedati. Pendolari e beffati

La sicurezza va bene, ma certe volte sento un disappunto, un fastidio, un… una sensazione sgradevole che non so spiegare bene a parole, ma giuro che sto facendo delle smorfie proprio adesso che rendono l’idea a perfezione.

E poi quell’antipatia, quel tono sprezzante di chi non è tenuto a dare spiegazioni. Non sono così certa che chi all’improvviso, su un treno, ti chiede un documento, non sia tenuto a dare spiegazioni.

occhi
giugno 12, 2008

ancora un po’, 15 minuti magari.

Ora sono a letto, cerco notizie sulla ginnastica ritmica mentre la tv è accesa su non so che canale e io scrivo le prime cose che mi passano in testa.

Ancora un po’, 15 minuti magari; è questo che penso la mattina con la faccia sul cuscino e gli occhi chiusi quando il mio sesto senso mi dice che la sveglia sta per suonare. Venderei l’anima al diavolo per 15 minuti di sonno in più. Ma anche no, per carità.

Duecento pagine in tre ore, non so se mi sono addormentata per più di dieci minuti però, ma comunque è lo stesso: zeroville mi piace un sacco.
L’ho comprato a scatola chiusa, non ne avevo sentito parlare perché non mi metto mai a leggere le recensioni dei libri.
Meglio, così quando entri in libreria è l’intuizione a guidarti e non il numero di copie già vendute nel resto del mondo o il fatto che è piaciuto tanto a quello o a quell’altro.

Zeroville mi piace un sacco, già l’ho detto vero? Ma del resto è l’unica cosa che vale davvero la pena dire quando si tratta di un film o di un libro che ti piace e questo suona strano detto da me che mi diverto molto con la critica cinematografica, letteraria e televisiva persino!

Ma prima di tutto non ho finito il libro anzi, per la verità l’ho appena iniziato e poi voglio vedere ancora una volta “un posto al sole” con Elizabeth taylor e Montgomery Clift e poi… poi basta.

So poche cose per ora; una di queste è che mentre leggo, zeroville mi sembra di vederlo su uno schermo, è una bella sensazione in questo caso e prima o poi ci arriverà su uno schermo, credo.

Ma penso a domani mattina, agli occhi pesanti e le tempie sprofondate sul cuscino e a quei 15 minuti di sonno in più

Niente Paura
giugno 11, 2008

Oggi sui cieli di Fiumicino volava un elicottero, forse erano due perché facevano un gran casino, ma del resto stava arrivando Bush.

Il 27 Dicembre del 1985, erano le nove del mattino più o meno, sei uomini palestinesi arrivarono all’aeroporto di Fiumicino, si diressero verso lo sportello della compagnia israeliana ELAL. Non era la prima volta che lo facevano, chi lavorava nel bar allora presente nei pressi del chek-in, in seguito ebbe modo di riconoscerli, quegli uomini avevano studiato a lungo.

Si avviarono verso lo sportello della ELAL e dell’americana TWA, forse ebbero modo di guardare il sorriso delle hostess di terra, il guizzo di giovinezza negli occhi di qualche ragazza.

Nel frattempo all’aeroporto di Vienna altri uomini si apprestavano a fare altrettanto.

All’improvviso scoppiò l’inferno.
Si sentirono urla e spari di mitragliatori, poi le bombe a mano.

Gli agenti di sicurezza israeliani e quelli italiani reagirono, ma non si evitò la carneficina. A terra rimasero tredici vittime tra le quali anche tre attentatori, i feriti furono settantasette.

A Vienna le cose andarono poco meglio, solo sette morti.

Cosa è cambiato da allora? Cosa impedisce ad un terrorista di prendere un kalashnikov oggi e aprire il fuoco contro un banco dell’accettazione nell’area regolamentata (accessibile a tutti) di un qualsiasi aeroporto?

Niente, solo i nostri scongiuri.

Bravissimo
giugno 10, 2008

C’era una volta un bambino, il suo nome era Marco.
Marco nel 1988 aveva dieci anni e, come tutti i bambini, andava a scuola e faceva i compiti.
Un giorno la sua maestra gli assegnò un tema che si intitolava “Un mio pensiero segreto”.

Marco prese il suo quaderno verde e cominciò a scrivere, con coraggio.

“Spesso penso ai miei pensieri segreti. Anche oggi sono in classe a fare i compiti, seduto sulla mia sedia e siccome la maestra non c’è, è uscita di classe, mi fermo e mi metto a pensare.
Penso e penso.
Ecco che arriva da lontano un mio pensiero segreto.
Parla di mia nonna Maria che non sta molto bene.
Infatti spesso si scorda di chiudere il gas, spesso si dimentica il televisore acceso, come ieri, spesso lascia le luci accese ecc.
Poi mi dico tra me e me che sono stato proprio uno stupido a rivelare questo segreto, ma quando torno alla realtà mi accorgo che non ho rivelato niente. Mi viene voglia di far conoscere questo mio pensiero segreto quasi come un vero e proprio problema ai miei compagni che non mi hanno mai tradito.
Per ora non posso fare niente, perché ho soltanto dieci anni, quindi sono ancora un bambino, ma spero che con l’aiuto dei miei compagni, mia nonna riesca a migliorare almeno un po’ e che non si dimentichi più niente.
Ti voglio tanto, tanto bene nonna!!!”

Questo era Marco quando aveva dieci anni: un bambino talmente saggio da aver capito che le preoccupazioni per le persone più care vanno custodite bene, come un tesoro, tanto da farle diventare “un pensiero segreto”, da rivelare solo a qualcuno di cui ci si fida.

Nei temi di Marco ci sono macchine veloci e cavalli da corsa, c’è il disarmo nucleare e i colori della primavera.
Poi c’è quel sogno, in cui “ero una piccola fiamma di fuoco che vagabondava”

E pensare che tante volte ho pensato a me stessa come ad un camino spento e a lui come una piccola fiamma che veniva ad accendermi.

riesce solo a farti male
giugno 9, 2008

1983, lido di Ostia. Pasolini è morto qui, ma sono già passati otto anni e Mario Rosati ha scolpito un monumento proprio all’idroscalo, sul luogo del delitto.
In zona una troupe cinematografica gira un film; gli attori sono presi dalla strada, così come faceva Pasolini, sono ragazzi di vita, così come sarebbe piaciuto a Pasolini.

Loredana – uno dei personaggi – lo dice chiaramente: “io a casa mia non ci vivo, a me mi piace sta per strada”.

Il film si chiamerà “Amore tossico”, un titolo che non rende giustizia alla storia disgraziata che è,
realistica al punto da essere vera per la maggior parte.

Cesare, Ciopper, Enzo, Loredana e Michela passano la giornata a cercare di svoltare; mezza piotta, na piotta, ma pure un ventino, tanto quanto basta per farsi uno schizzo.

Di notte poi, quando finisce la finzione e comincia la vita, si cerca di svoltare davvero, perché si sta a rota  fuori dal set.

1983, sui muri ci sono le croci celtiche, la falce ed il martello e compagni e fasci si sparano a vicenda.
A loro le pistole, i pezzi… ai tossici le spade.