Archive for dicembre 2008

Fancu…
dicembre 30, 2008

Stamattina stavo litigando con mia madre, l’avevo quasi surclassata, perchè sai, è difficile sconfiggerla sul piano retorico, è una che ha studiato legge… e insomma c’ero quasi riuscita che lei prende e mi chiama al telefono svegliandomi.

Faccio un tonfo, digrigno i denti, incasso l’ordine impartitomi col solito tono perentorio e si… considero che ha vinto lei anche stavolta.

fancu….

In compenso, aprendo le finestre, per un attimo ho creduto che avesse nevicato,invece era solo un brutto gelo pronto a sciogliersi al sole.

Poi, un altro colpo: il terzo gatto che muore in tre giorni; la macumba di Marco sta dando i suoi frutti e su casa mia si sta abbattendo una moria di animali mai vista prima.

fancu….

Ed è ancora così presto. Il buon giorno si vede dal mattino…

Devo fare spesa, andare da Emanuela, addobbare la sala del banchetto di San Silvestro e fare anche tutte quelle cose che pensavo avrei fatto in vacanza.

Prima che finiscano queste ferie devo assolutamente riuscire a trovare il tempo di riposarmi. Sarà una faticaccia pure quella.

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capisco io
dicembre 29, 2008

Mi sono presa una pausa Natalizia.

No, ho sbagliato: la Pausa Natalizia mi ha preso il tempo, le energie, le piccole certezze legate alle abitudini quotidiane.

Quindi niente treno,niente lavoro, niente ritorno, niente lamentele per lo stress dal viaggio, niente corsa in palestra e poi a cena… niente blog.

Però sono ancora qui e ho voglia di scrivere, ne ho sempre avuta.

Magari sono in macchina e all’improvviso comincio a scrivere la pagina bianca nella mia mente, le parole arrivano da sole oppure le cerco con pazienza, con lo stesso amore che sento davanti alla tastiera.

Vorrei poter fare a meno di parlare, per poter misurare meglio le parole, sceglierle e calibrale con più cura. Vorrei poter comunicare con la parola scritta per essere sicura di poter ferire meglio, andare a fondo come fanno gli incisivi quando mordono.

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Oggi pensavo alle conseguenze gravissime che comporta l’avere aspettative precise su situazioni determinate da variabili sconosciute.

Io, ad esempio, sono un disastro.

Non si tratta di aspettarsi troppo o poco, questo è un discorso che non ha senso. Il punto è che io mi aspetto sempre qualcosa di preciso.

La chiamo sindrome da sceneggiatrice. In volgare direi che mi faccio i film.

Una festa, una persona, un piatto di pasta, la mia immaginazione lavora e mi suggerisce le sensazioni che potrei provare o che dovrei provare e nella mia testa tutto diventa imperativo, non condizionale.

La mia immaginazione mi uccide.

E’ evidente che la mia vita non è un film, probabilmente perché me la cavo come sceneggiatrice ma faccio pena come attrice.

I bravi attori si lasciano andare, io semplicemente non so dove andare.

il sogno
dicembre 22, 2008

la scorsa notte ho fatto un sogno strano, potrebbe essere il più freodiano dei sogni, tremendamente scontato nel suo simbolismo, ma io non ne so niente, so solo che oggi è come la scorsa notte e ora spiego perché.

Sono sotto un portico, in penombra, sembra notte fonda e fa freddo.

Sto lì da sola, il pavimento è polveroso, sembra cosparso di ghiaia sottile.

Poi arriva un serpentello, piccolo come una vipera. Realizzo che si tratta proprio di una vipera e sto in guardia.

Ho la sensazione che prima o poi mi morderà, ho la sensazione che ci sia davvero poco da fare per evitarla.

Lei mi si fa sempre più vicino e io reagisco come posso finché non mi sale addosso. Io la afferro cerco di sopraffarla ma alla fine ha la meglio e mi morde (anche se non a fondo) dietro il braccio sinistro.

Dopo avermi morso perdo ogni traccia della vipera.

Ora è mattina e vado dai miei genitori, ma senza fretta, dico loro che una vipera mi ha morso e che ho bisogno di andare in ospedale. Mio padre non viene, è mia madre ad accompagnarmi.

Siamo a piedi, ci dirigiamo verso l’ospedale camminando in una città che dovrebbe essere Roma ma che probabilmente è un misto tra Estella e Santiago.

Il sogno finisce qui. Morirò a causa del morso oppure me la caverò? 

Il serpente rappresenta tutti i miei timori? Le insidie che si avvicinano, quelle alle quali non so reagire, che alla fine arrivano al loro scopo e mi feriscono? Io rimango sola, l’unica al mio fianco è mia madre e la trascino con me verso un destino incerto?

Sta per succedere qualcosa che ho sempre temuto? Sta per avverarsi uno dei miei incubi ricorrenti senza che io possa reagire?

Il serpente rappresenta le mie colpe? Mi si ritorcerà tutto contro?

Ora è come la notte scorsa, sono qui con la stessa sensazione di smarrimento e di ineluttabilità.

Brigida e l’opera di Rossini
dicembre 21, 2008

Ancora una volta mi tocca ringraziare Bruno, perchè nella sua complessità, nelle sue divertenti “originalità”, io ogni volta riesco a trovare una porta per la serenità, operazione che di solito mi è estremamente difficile.

Bruno mi vuole bene perché ne voleva a papà, questo lo so. Però mi basta.

Nonostante abbia ormai l’abitudine di presentarmi ai suoi amici come quella che durante una ripresa amatoriale dimenticò la telecamera accesa filmando per 1 h il pavimento (sebbene per anni io sia stata la zelante operatrice di tutti gli eventi organizzati da lui, per un totale di almeno 1000 ore di pellicola), io ricambio il suo affetto da burlone.

Ieri ha invitato Marco e me alla prima de Il barbiere di Siviglia, versione Gianluigi Gelmetti e sono felice di essere andata.

Gelmetti, che è anche regista della messa in scena, ha allestito un teatrino buffo sulle bizze degli attori, la minaccia dei tagli ai fondi, l’avanzata del concettualismo nelle scenografie e sulla magia del teatro, mescendo il tutto alla tradizione dell’opera di Rossini più conosciuta e rappresentata al mondo.

La novità avrà fatto storcere il naso a molti appassionati, che già ieri in teatro commentavano contrariati con un lapidario “ha esagerato”.

Lo stesso Bruno ci aveva introdotto all’opera avvertendoci che “per quello che hanno fatto sul piano filologico sono da arrestare”. lui sapeva, perché aveva assistito a tutte le prove e del resto ha intenzione di essere presente ad ogni spettacolo. Reo confesso, Bruno è dipendente dall’opera Rossiniana, malato per Mozart, drogato dalla musica classica.

Nonostante ciò gli applausi sono stati scroscianti non soltanto all’indirizzo dei meravigliosi cantanti, ma anche a quello delle gag che – interpretazione da non sottovalutare – possono essere utili ad acquisire nuovo pubblico e piccole innovazioni che, se coltivate nel giusto modo, potrebbero portare buoni frutti alla tradizione.

Marco e io ci siamo divertiti, personalmente ho apprezzato ogni cosa. 

Il posto in prima fila, l’allegria nervosa e contratta di Bruno (sulla quale non posso fare a meno di scherzare ogni volta), Il maestro Gelmetti, il corpo di ballo, l’allestimento sorprendente.

Poi mi è piaciuta la pizza alle zucchine al ristorante Strega, proprio di fronte al teatro, la passeggiata sui tacchi nella notte per le vie di Roma, quando mi sembrava più che mai di essere Carrie con la “sua” città, mi piaceva il mio vestito, il taglio che ho dato ai miei capelli e la voglia di fare ancora cose così… la voglia di altre notti così.

energia
dicembre 17, 2008

irradiava dall’alto, fendeva le palpebre chiuse mentre cercavo di dormire. Era il sole e sembrava che tutti l’avessero dimenticato, sembrava un qualcosa di lontano e sorprendente, quasi inquietante e non quella luce costante che ci guida dalla nascita. Sembrava che ognuno avesse scordato quanto bene potesse fare un raggio di sole quando ti prende piano piano fino all’ombra e soprattutto il suo calore, che è sentimento puro quando ti è mancato così a lungo.

Basta un attimo di sole dopo giorni di pioggia per far nascere la primavera persino fuori stagione.

Ed è così quando si riceve un abbraccio dopo tanto tempo, una telefonata, un messaggio, un gesto d’amore dopo tanto, troppo tempo.

I gesti diventano assoluti, diventano magici, potentissimi, quando sono inattesi.

Non mi è dispiaciuto non riuscire a dormire. Ero lì seduta, sveglia, ma immersa in un abbraccio.

qualcosa di buono
dicembre 16, 2008

Quella mattina d’estate, mentre mi preparavo per il treno e mettevo le ultime cose nello zaino, sentivo – nell’aria frizzante del mattino – un odore piacevole ma sconosciuto.

Lo riconobbi dopo, mentre mi arrampicavo in cima con il fiato corto e il cuore che andava a mille per la fatica e l’emozione: era il profumo dei Pirenei, che ti cerca appena parti e se ti trova pronto non ti lascia più.

 

Il profumo dei Pirenei, L’emozione dei suoi monti sconfinati, delle sue distese magiche ti accompagna fino a Santiago, fino alla fine della Spagna e del mondo e  pare  che d’ora in poi ogni viaggio, ogni avventura, comincerà sempre, esattamente da lì.

 

Ci penso ancora. Penso ogni giorno al cammino, certo, ma se c’è un  momento, un luogo, una sensazione a cui penso più che ad ogni altro momento, luogo o sensazione, si: io penso ai Pirenei.

 

Lo smarrimento e lo stupore che si prova a ritrovarsi in cima. La paura e l’accettazione di quella terra che è vita ed è morte, così lontana da casa ma così prossima a tutto ciò che fa parte di te. Tutto ciò che fa parte di me.

 

Quelle montagne hanno il profilo dell’avventura, hanno l’odore della speranza.

Quel profumo che ti cerca e che ti trova, è il profumo della speranza.

 

E’ un privilegio sentirlo almeno una volta nella vita, una fortuna immensa, forse un dono, avvertirlo così a lungo, fin oltre il ritorno a casa, a mesi di distanza, impalpabile, della stessa sostanza dei ricordi d’infanzia.

 

Partire è stata una scelta giusta, adesso lo so. Credo anzi di averlo sempre saputo.

 

l’arte di tenere l’acqua calda
dicembre 15, 2008

Hai mai avuto la sensazione di aver sbagliato tutto?

Hai lasciato correre l’acqua troppo a lungo e ormai non è più calda.

Sai di avere dei pregi e di non averli mai coltivati, valorizzati, accarezzati con l’amore che meritavano e per di più hai scelto che ti stessero accanto quelle persone che non li apprezzavano e non te li lasciavano amare.

Capita, capita a un mucchio di gente e credo sia capitato anche a me, fin quando ho detto: Oh… forse è troppo tardi adesso.

Mio padre diceva spesso che c’è sempre tempo per imparare, per scoprire cose nuove di se stessi, per lasciare che le scoprano gli altri, però guarda quanto è morto giovane. Ha avuto abbastanza tempo lui? No, non lo credeva mentre chiedeva di poter vivere ancora.

Da brava, da persona intelligente, dai, ragiona; Lo sai che sta a te far fruttare i tuoi talenti e persino i tuoi difetti possono portarti bene se li metti sotto la luce giusta, ma mettere ogni cosa al suo posto, alleggerire le grevità, dare rincorsa ai salti, è un talento a sè, una capacità innata che rende felice chi la possiede e miserabile chi ne è privo.

Ogni tanto immagino sia un’arte che si impara dai maestri e probabilmente io non ne ho avuti, o peggio, non ho saputo imparare.

Come una volta
dicembre 14, 2008

Bene bene, mi sono svegliata già mangiata e già truccata, pure già quasi vestita. Ma soprattutto mangiata, tanto mangiata.

ieri sera ho esagerato da baffetto, anche prima all’aperitivo per la verità.

E oggi non demordo, mordo piuttosto. Ho una barretta di cioccolato al gianduia e la pasta è quasi pronta.

Davide è partito, credo. E io non mi sono ancora ammalata, per ora.

Oggi è la mia giornata personale contro le paranoie però però…

Quando diavolo la trovo una casa se non la cerco? Quando diavolo lo trova Marco un ufficio se non lo cerca? Io voglio davvero andare via ma lui? Che me lo chiedo a fare? La risposta la so già.

Comunque i miei nervi a fior di pelle si distendono appena penso che questa è l’ultima settimana di “lavorolavorolavoro” prima delle vacanze.

Ma questo Natale che succederà? Anche nella giornata personale contro le paranoie non posso fare a meno di pensare che mamma, per la prima volta, vuole passare il Natale al ristorante “così ognuno fa quello che gli pare” cito testuale. Cominciamo bene…

Ma perchè non vengono tutti, ma proprio tutti a casa mia? Che pure stavolta mi sono fatta il mazzo per addobbare l’albero, mettere le lucine in ogni pertugio e convincermi che, come una volta, Natale è il giorno più bello dell’anno.

nero bollente
dicembre 13, 2008

Oggi pensavo, anzi è stato il primo pensiero della mattina (mamma come sono messa), pensavo al fatto che non bevo caffè dal 1998 e se non fosse stato per mia madre, che ogni tanto in questi anni mi ha chiesto di preparargliene uno, non ricorderei neppure come si fa il caffè e poi, si… il tiramisù.

Non bevo caffè dal 1998 ma da allora ho mangiato chili di tiramisù.

e poi i pockett coffee, i cioccolatini croccanti e ripieni di caffè che per tante mattine hanno rappresentato la mia colazione in treno.

Ci penso perchè avrei voglia di quei cappucci con la schiuma che mi facevo la mattina a Roma. Mi svegliavo, mettevo su il latte con il caffè e prendevo quell’aggeggio che in un minuto o due rendeva un normale caffelatte in un cappuccino coi fiocchi. Ci inzuppavo dei Crackers dolci del mulino bianco ed ero felice per tutto il giorno.

E poi quel caffè che si preparava Stella che non aveva mai l’odore classico del caffè, ma quello che assumeva, pungente e muschioso, accompagnato dal fumo della sua sigaretta.

Caffè e sigaretta – diceva – avevano un effetto balsamico sull’intestino, facendo una rima breve, esplicita, efficace.

E intanto il tempo non torna più, si raffredda come si raffredda una tazza di caffè, che un minuto prima non riesci a berlo per quanto è bollente e un minuto dopo è già troppo freddo.

smottamenti
dicembre 11, 2008

la pioggia picchia, sono giorni, mesi, anni che piove, un secolo di pioggia. Acqua a secchi, torrenti, fiumi.

Tutto è acqua, tutto è bagnato, umido, freddo, scivoloso, lucido, melmoso, smottato, franato, allagato. Tutto.

Tranne il focolare di casa mia che arde senza sosta incessantemente, sacrosantamente… se così è lecito dire.

Io appartengo al popolo dei rintanati, appartengo al popolo di quelli che oggi sono rimasti chiusi in casa più del solito e hanno un po’ goduto di quell’angolo secco, asciutto e caldo che si sono conservati per giorni come questi. 

L’albero è caduto, la strada non c’è più, la macchina galleggia tra le pozzanghere che lentamente sono diventate piscine, una piscina, una piscina olimpionica in cui nuotare o perdersi per sempre.

Lì prima o poi, strano a dirsi, ricresceranno le violette e lì, prima o poi, torneranno a volare le farfalle, ma quando? Ma quanto ancora?