Archive for aprile 2009

non torna
aprile 25, 2009

Non so chi mi aspetta e non aspetto nessuno, questa forse è la solitudine.

Sono vestita d’azzurro e di bianco e ricordo l’aria impalpabile col chiarore del sole flebile di questi giorni.

E c’è il polline nell’aria che sa di neve calda, che fa pensare a una cosa che se ne va e che non torna se non un giorno, sotto un’altra forma.

Cambiare
aprile 21, 2009

Sto perdendo la memoria… mia madre li chiama colpi, insomma sto perdendo colpi.

Non mi ricordo tante piccole cose che prima mi sarebbero rimaste impresse e che ora evaporano nel giro di qualche minuto.

Ho messo io l’antiparassitario al cane? L’ho fatto uscire io il gatto? Non ho più chiamato quella persona e così via. Via.

Certo, oggi ho più responsabilità, dormo di meno, sono sempre in giro e le cose a cui devo badare si sono quintuplicate ma perdere il filo del discorso, le parole, un’immagine che sfugge, sono tutti sintomi di un tempo che vorrei poter fermare e che invece accarezza anche me con le sue mani di sale.

Poi ho già sonno alle 20.30 e non riesco a dormire prima delle 23.00, la digestione fa strani giri e nei pensieri la malinconia cresce e surclassa le speranze.

Io non sono. Vivo dunque non sono. Mi trasformo, miglioro e peggioro, mi spengo e mi accendo con intermittenza irregolare. Io sono ingrassata dall’infelicità, levigata dalle preoccupazioni, stancata dai sacrifici, tonificata da qualche attimo di gioia serena, ma non sono, perché chi potrebbe mai definirmi in qualche modo che non sia transitorio?

Vale per me come per tutti. Tranne che per qualcuno che… non cambia mai.

siesta
aprile 20, 2009

Ho imparato a dormire sul treno, ho imparato a fregarmene se mi si spalanca la bocca, se la testa va ciondoloni su e giù, ho imparato a fregarmene persino dell’eventualità che io possa russare o che mi scenda un po’ di bava… 

Mi lascio andare su quei seggiolini luridi, con tutto il peso della giornata passata e a corpo morto guido la mente fino ad un posto pieno di nebbia e poi c’è la pace assoluta per dieci minuti, un quarto d’ora.

Vale più di qualsiasi corso di recitazione in cui ti impongono di disinibirti e per portarti al risultato ottimale ti fanno urlare, scalciare, fare le smorfie.

Ma c’è un momento in cui un uomo è più vulnerabile? C’è un momento in cui un uomo è più nudo e indifeso di quello in cui dorme davanti a un mucchio di sconosciuti?

manca tempo
aprile 19, 2009

E’ troppo tempo che non scrivo e ho paura che domani soffrirò di acido lattico nelle idee.

Pensare, riflettere, meditare per quanto lo si faccia a lungo e seriamente non equivale a versare inchiostro su una pagina, non può essere lo stesso.

Naturalmente ho pensato, riflettuto, meditato a lungo e seriamente ma non ho scritto e mi è mancato.

Per esempio avrei voluto scrivere, a chi mi ha detto che avrei trovato ogni risposta guardandomi dentro, che se mi guardassi dentro vedrei solo sangue e viscere, materia grigia e un po’ d’ossa. Ma non ne è valsa la pena… né di guardarmi dentro né di scriverlo.

Oggi scrivo perché fuori piove e non ho da fare.

Lo dico proprio così, in modo che sia chiaro che fino ad oggi non ho scritto perché non mi sono fermata un attimo.

Il solito andirivieni da Roma, le riunioni politiche con annessi pettegolezzi sugli avversari, le camminate con gli amici con annessi pettegolezzi su altri amici, la palestra, il lavoro, le cene, gli aperitivi, gli incontri, le uova di pasqua, le fantasie.

Ogni cosa assume forma con un suo dentro e un suo fuori e va a mettersi tra le altre in modo da incastrarti in un percorso obbligato, un po’ a ostacoli e un po’ no.

Ho rimbalzato fino a qui, fino ad oggi, come piace tanto a me cioè trasportata dagli eventi senza prendere mai decisioni troppo definitive.

Poi ha cominciato a piovere e mi sono ritrovata d’improvviso – a primavera – con una gran voglia di Natale.

Poco fà ho sentito Nicola e Fabrizio, quindi le voci del cammino. Stavolta non c’era sudore, non c’era il rumore dei passi e del respiro affannoso, ma qualcosa però c’era, se voglio che non vada via devo tenerlo acceso come un fuoco.

E cammino cammino, sono avanti come direbbe qualcuno.

Lunedì compro una guida e comincio a pensare al giappone, mi organizzo, prendo spazio, prendo piede e tempo.

uno, nessuno, centomila
aprile 11, 2009

Uhm, non so cosa ne verrà fuori: ho dormito quattro ore e se considero il debito di sonno che già avevo e le paturnie e il fatto che alle nove ero già fuori casa di Dora e che ora che mi ero riaddormentata mi ha svegliata Carla beh, non so, non so proprio.

Il fatto è che svegliarsi tardi in una così bella mattina di sole sembra uno spreco troppo grande, considerando quanto poco sole c’è stato in questi mesi.

Ho una bolla sul dorso di una mano e non vorrei fosse il risultato del primo sfigatissimo incontro con una zanzara… l’unica zanzara a cui fosse venuto in mente non solo di nascere, ma anche di andarsene in giro stanotte. Deve essere andata così, deve avermi riconosciuta tra tutti e aver pensato “eccola, lei è come me qui: fuori tempo”.

Comunque bella musica. Bella serata.

Magari è un mio limite ma io ancora non riesco a concepire chi non sa dire basta.

Una birra, due birre, tre, otto, dieci… Cosa si vuole comunicare o dimostrare? Cosa si vuole ottenere?

La vita sociale ruota intorno a una parola chiave: approvazione.

Con un bicchiere in mano sei riconoscibile, sei parte di quel gruppo amplissimo di persone che vuole esserci nel modo migliore.

La birra ha quel gusto amaro da persona dura, che conosce la vita e se l’è fatta graffiare in gola più di una volta. Così ti riempi la pancia e la testa di bollicine finché la schiuma non ti esce dalle orecchie, ma l’importante è che si veda che ne stai bevendo tanta.

Alla fine si perde un po’ il controllo di sè stessi e della situazione ed evidentemente è la cosa migliore, perché si fa fatica ad accettare tutto quando si resta sobri.

Scrivo questo perché tra tutte le debolezze, quella della necessità di omologarsi mi sembra la più grave… forse anche perché è quella a cui avrei più bisogno di cedere… se solo potessi.

autografi
aprile 10, 2009

Faccio sogni strani ultimamente e rimango a sognare per tutto il giorno. Di notte resto in verticale, ricordo persone che non mi salutano più, piango, corro forte fino al mare… insomma resisto alla realtà.

Poi, durante il giorno rimango a pensarci con la bocca mezza aperta e lo sguardo perso verso chissà dove.

tutum tutum, il treno corre corre eppure è sempre in ritardo. Sto cedendo anche alla rassegnazione… che importa la puntualità? Che importa la felicità, la compagnia, l’apprezzamento della gente, il successo, l’amore, l’onore?

E’ così che va il mondo: basta cedere su un punto e poi viene via tutta la cucitura.

Ho gli occhi sensibili alla luce. Sarà per questo che Dio mi manda tante nuvole?

Ho gli occhi sensibili alla luce perché sono verdi anche se sembrano castani, perché sono piena di lentigini anche se non sembro chiara e sono mora anche se sembro bionda, ma quella è un’altra storia.

Mi piacerebbe che qualcuno si facesse un tatuaggio per me, perché se poi finisce che non ci si vede più, se poi finisce che ci odiamo, se finisce che non è più come è stato prima, però almeno quel prima da qualche parte (su un braccio, sul collo, sulle dita dei piedi)… da qualche parte resta.

Ogni cicatrice è un autografo di Dio… io credo che questo jovanotti piaccia a Battiato, piace anche a me.

Comunque non è quello che volevo dire, io volevo parlare di cicatrici, di quei segni indelebili che rimangono addosso dopo averti provocato almeno un brutto quarto d’ora.

Ecco, sembra incredibile ma quei segni restano per testimoniare – incredibilmente – che il dolore è passato.

E così il dolore passa…

Quando non passa è brutto segno.

scossa
aprile 6, 2009

Mi ricordo ancora molto bene di quando avevo bisogno di essere cullata per dormire meglio. 

Mi ricordo anche che molto spesso veniva mio padre a cullarmi e a cantarmi canzoni stonate che però avevano il potere magico di farmi sognare prima di chiudere gli occhi.

Stanotte tutta l’italia centrale ha aperto gli occhi alle 3.30, tutti siamo balzati giù dal letto con in mente una parola sola: terremoto.

Me ne sono accorta perché sentivo il letto vibrare piano piano e non ero certa che quel tremore provenisse dall’esterno, avevo piuttosto la sensazione di essere io a non riuscire a controllare il mio corpo, come a volte mi succede con la mente.

Poi invece la vibrazione è aumentata fino a far ballare il letto, tanto che credevo che il mobile made in mondoconvenienza non ce la facesse e all’ennesimo scricchiolio mi avrebbe rovinosamente buttata a terra.

Non la smetteva più e probabilmente sarà durato meno di un minuto, ma 60 secondi sono un’infinità quando il mondo decide di darti una sgrullata del genere.

Io e mia madre abbiamo acceso la luce solo alla fine della scossa, ho infilato le ciabatte e ci siamo ritrovate insieme fuori dalle nostre stanze.

I cani erano impazziti, al piano di sotto dopo cinque minuti i lampadari dondolavano ancora.

Sai, il mondo potrebbe finire in qualsiasi istante. nessuno può rassicurarti che non si apra una voragine proprio ora sotto casa tua e che la forza cosmica non ti risucchi in meno di un secondo insieme a quei vestiti che ci hai speso una fortuna e insieme a quei progetti che chissà, fuori dal buco nero avrebbero potuto realizzarsi.

In questi momenti si ha la percezione netta di essere poca cosa, che se il sole solo decidesse di non sorgere, che se il mondo si stufasse di girare, che se un pianeta volesse urtarci, ecco… sarebbe tutto perso.

Per tanti il mondo è finito questa notte, c’è chi ha perso la vita e chi ha perso quella di chi amava, a tanti questa notte è crollato addosso il mondo.

si e no
aprile 5, 2009

Spesso mi chiedono a chi penso quando scrivo su questo blog, mi chiedono se ho in mente un interlocutore in particolare, anche per semplificarmi il compito di scrivere ogni giorno o quasi e se non mi sento in imbarazzo a parlare dei fatti miei sapendo che chiunque può leggerli e peggio ancora può specularci sopra.

No.

Io non penso a nessun interlocutore, penso a una pagina bianca che si riempie di pensieri, penso alle cose che mi succedono ogni giorno e l’unico motivo per cui scrivo è che buttare giù i pensieri serve ad elevarli, a renderli vivi e a concretizzarli.

No.

Non mi imbarazza parlare dei fatti miei, forse perché nel concreto non parlo di fatti ma di emozioni e le emozioni appartengono alla sfera dell’universale e non del particolare.

Ecco.

Oggi penso a come sono stata educata, a quale timore di spiacere agli altri sono stata indirizzata.

Io sono rigida, sono inflessibile, sono un giudice severissimo di me stessa e faccio fatica ad accettare la leggerezza degli altri o il loro sfacciato individualismo.

Gli atteggiamenti che meno tollero al mondo sono la sgarbataggine, la doppiezza, la prevaricazione.

Come in una reazione allergica io le avverto immediatamente, nell’aria e qualunque cosa accada nessun odore, colore, rumore, riesce a distogliere la mia attenzione da chi si comporta male con me o lo fa abitualmente con altri.

E’ la riflessione di questi giorni per molti motivi, il primo dei quali è che sono ora vicina a persone che non conosco così bene e sulle quali ho bisogno di considerare se e quanta fiducia è il caso di accordare.

Il secondo motivo è che sono vicina a persone che conosco abbastanza bene e delle quali ho la quasi certezza di non potermi fidare.

Il terzo è che con la gentilezza si ottiene tutto e… credo di meritare più rispetto.

Eh si.

controspot
aprile 2, 2009

Mi dicono che dovrei scrivere cose più positive, qualcosa che trasferisca sensazioni di serenità, emozioni lievi, appena accennate perché – giustamente – si cammina con più fiducia su un prato di fiori se non si vedono le vipere nascoste nei cespugli.

Le vipere però, come i ragni e gli insetti e tutte quelle cose spiacevoli che la natura ha creato persino prima di noi, vivono e si nutrono e si riproducono proprio lì dove noi crediamo sia tutto più bello. Evidentemente lo è anche per loro… bello.

Così ogni sogno nasconde la propria piccola ansia, il proprio disagio, quel pungolo di paura sottile che però non ci sveglia.

Io lo so e non ho paura di scrivere dei miei malesseri, certa che chi mi legge ha i suoi, persino più forti.

Di certo non cambierò modo di scrivere ora che sono candidata. Non mi metterò a fare proclami, non mi metterò a parlare di Arce, della viabilità, dei lampioni, dei lavori pubblici e non anticiperò i comizi di nessuno, non parlerò male degli altri candidati, delle altre liste, non pubblicherò gli articoli di giornale, non mi farò troppa pubblicità.

Perché… perché io funziono così.

cut
aprile 1, 2009

Metterei la mano sopra al fuoco, mi inciderei un solco sul palmo della mano con la mia penna a sfera nuova di zecca.

Mi taglierei, mi morderei, urlerei, piangerei ancora un po’.

Quel dolore che ti fai quando gli aghi del tatuatore entrano nella pelle e che ti costringe a pensare a come respiri, che ti costringe a regolare il battito del cuore, che ti costringe a parlare di qualcosa, qualunque cosa, come fosse ossigeno pompato nelle vene; a quel dolore ci si può assuefare perché ti comunica che la tua croce quotidiana è lì e che ne sei padrone cosciente e consapevole.

Per ogni volta che ho sbagliato tutto, per ogni volta che quello che dovevo fare l’ho fatto male, per ogni volta che è stata colpa mia, oggi, adesso… mi farei male.