Avatar secondo me

La storia è quella solita tra buoni e cattivi, tra indiani e cowboy, dove ad un certo punto un cowboy un po’ più sveglio degli altri si innamora di una squaw, del suo mondo selvaggio, incontaminato, armonico e spirituale e comincia a provare pena per se stesso, limitato nel corpo e nella mente, imprigionato in un mondo materialista, imperialista, violento all’ennesima potenza.

I nuovi fucili dei cattivi sono armi micidiali, avanzate tanto nella tecnologia che nell’efferatezza di intenti. I buoni invece usano le frecce, proprio come gli indiani, guarda un po’ e fanno tenerezza per quanto sembrano indifesi, nudi e crudi davanti all’invasore.

Tra il male e il bene al cinema però la partita è truccata, si sa chi deve vincere per incassare al botteghino e con poco spargimento di sangue i buoni, anche stavolta, hanno la meglio. Tutti contenti.

Verrebbe da odiarlo questo film, sarebbe da boicottarlo a priori sapendo pure che è costato quanto il prodotto interno lordo di tutti gli stati africani messi insieme e che se non fosse esistita la computer grafica chi lo sa cosa sarebbe successo, tutti quei virgulti blu e quelle code fluorescenti, svaniti nel nulla immaginativo di registi, scenografi, truccatori e costumisti con le povere ali tarpate…

Eppure siamo talmente marci dentro, tanto vale dirlo, siamo talmente assuefatti agli zuccheri e ai grassi delle nostre sporche vite che non siamo capaci di resistere alla bellezza di questi enormi corpi, longilinei e perfetti, del popolo Navì.

Ricordano quegli africani fisicamente superiori che importavamo (e lo facciamo ancora) in occidente per fare i lavori più sporchi e duri  o che compriamo per fare bella figura alle olimpiadi o nei campi da calcio (salvo poi di riempirli di insulti dagli spalti). Sono i neri del futuro e Pandora è la mamma Africa prima del bianco predatore o la foresta amazzonica prima del disboscamento, le distese erbose della martoriata Colombia, Atlantide, le antiche terre di Re Salomone.

Pandora è lì dove non ci siamo noi ed è per questo che è bella.

Ci mettiamo quegli occhialini 3d e per 2 ore e 45 voliamo, saltiamo, prendiamo botte e ne diamo e alla fine siamo felici perché una speranza c’è, l’abbiamo trovata nel nostro cuore che, per una volta, stava dalla parte giusta.

Peccato che poi le luci si accendano, che ti ricordi di aver pagato nove euro e aver fatto un’ora di fila per sederti vicino a due mocciosi ululanti e che il vago odore di bistecca all’uscita ti ricorda che la maggior parte della gente si smarrisce senza un pieno serale di steroidi, abitudine che costa la vita a milioni di bambini nel terzo mondo e che l’America ha poco da fare la morale e che fine faranno i miei soldi adesso?

E ,dopo tutto, Avatar può essere una buona maschera per carnevale.

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3 Risposte

  1. Pienamente condivisibile. In ogni spettatore, si sa, cela un perbenista-dipendente dentro. Avatar, in questo, è la saga dello stereotipo… e per avere l’iper-realismo dei proiettili in 3D che rimbalzano non è certo necessario un cinema.

  2. Bella recensione. Condivido.

  3. nel film vincono i buoni, ma il biglietto lo incassano i cattivi…

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