Archive for marzo 2011

occhi da orientale
marzo 14, 2011

 

Sei in città e li vedi passare con le buste dello shopping, con i capelli arancioni, vestiti come i cartoni animati con cui siamo cresciuti pure noi. Guardi le ragazze e dici “perchè camminano così male? Sarà un vecchio retaggio, sarà a causa di quelle loro strane calzature tradizionali”, li guardi e ti chiedi perché facciano foto proprio a tutto, perché amino così tanto quell’idiota mascherina sulla bocca  che Michael Jakson è morto comunque…

Li guardi consumare i menù turistici e ti viene voglia di spiegargli che non è davvero così che si mangia in Italia e di ringraziarli per tutti i soldi che ci lasciano, forse inconsapevolmente.

Ti viene voglia di fermarli e di chiedergli se è vero che sono macchine per il lavoro, se tutto quel pesce crudo non gli abbia davvero fatto venire le squame al cuore. Ti viene voglia di sapere come mai non abbiano studiato un modo per far fiorire gli alberi di ciliegio tutto l’anno, e come mai, come mai, come mai tutto questo proprio a loro che sono così giapponesi, così alieni, così pieni della loro estrema e avvenieristica diversità produttiva.

Li guardi e non ti sembra possibile che gli sia successo qualcosa così, che abbiano davvero perso così tanto in così poco tempo. Il modo in cui viaggiano, la loro gerarchia, la creatività, sono indizi del fatto che loro non si sono mai sentiti invincibili, siamo noi ad averli sempre visti così, il popolo degli stereotipi, da considerare con rassegnata banalità. Quelli che prima o poi avrebbero avuto dei figli robot.

Il terremoto e lo tsunami sono entrati anche in casa mia, mi hanno smosso il nocciolo e sono esplosa.

 

niente
marzo 13, 2011

Oggi piove, piove sempre quando voglio fare qualcosa di buono, allenarmi ad esempio, prendere un po’ di sole all’aperto. Mi sembra comunque la mattina adatta per qualche riflessione, qualche sentimentalismo, un po’ di introspezione. In ogni caso è un’ottima mattina per non fare nulla. Assolutamente. Smetterla di pensare a cosa, come e quando e sedersi a guardare gli alberi fiorire nel grigio di queste ore, studiare i disegni che fanno le code dei gatti nell’aria, contare i fili d’erba che il merlo riesce a portare nel suo nuovo nido in una intera mattinata e cercare di indovinare cosa pensa il tuo cane quando alza il muso e annusa l’aria seguendo un sentore imprecisato,  un niente passeggero.

Io sono triste come sempre, perché indipendentemente dai sorrisi, persino dalle risate, indipendentemente dal piacere che si prova quando si sta bene, la tristezza è un patrimonio che se ce l’hai, frutta interessi inimmaginabili di giorno in giorno. Io ci sono nata con questa eredità. Da mio padre è arrivata a me e a lui era arrivata da sua madre e a lei (che a differenza di noi aveva provato a combatterla con qualche terapia avvenieristica della sua epoca), chissà da chi. Di tristezza non si muore, anzi. Io ho imparato a sfruttarla, proprio come fosse oro, la prendo bene, in amicizia.

Se fossi una persona allegra, se fossi spensierata, insomma se fossi normale, mi starei vestendo per uscire, piuttosto che stare alla finestra e compiacermi dell’inerzia cosmica.

Ma tu che mi leggi, se ci sei, se sai qualcosa di me, mi perdonerai per queste piccole stranezze.

Tra poco andrò a comprarmi un pacco di biscotti, mi guarderò le punte dei piedi con rassegnata ironia, e se non avrò saputo nulla di nuovo su di me, o sul mondo, avrò almeno qualche dubbio in più.