Azuma e il vuoto

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Passeranno, credo, dei minuti di riflessione, di sconforto, un fastidioso prurito di rabbia. A me è capitato però qualcosa di strano di cui vorrei farvi partecipi.

Avevo appena provato le sensazioni di cui sopra e ci pensavo ancora quando ho acceso la TV e come spesso accade mi sono fermata a guardare Passepartout.

Philippe Daverio era con Kengiro Azuma, l’anziano scultore naturalizzato italiano di origine Giapponese. Azuma è un ometto piccolo e come tanti della sua provenienza etnica, sembra avere gli occhi che sorridono sempre.

Raccontava della sua formazione a Brera, allievo di Marino Marini, degli stenti della sua vita, della fatica nel liberarsi dell’influenza europea e di quel fortuito riappropriarsi improvviso delle origini della sua cultura grazie alle cassette di frutta lasciate dai commercianti negli spiazzi del mercato rionale.

Daverio e Azuma parlavano del genio: “Il genio” – ha detto Azuma- ” è un bicchiere vuoto, se è pieno come fai a riempirlo?” e continuava dicendo: “Il senso del bicchiere non sta nelle sue parti piene, ma nel suo spazio vuoto”

L’ometto avanzava nel caos del suo magazzino ridendo “disordine, disordine”!

Una scultura a forma di goccia, perché non ci è concesso se non per un tempo infinitamente piccolo di godere di questa forma perfetta. L’acqua si stacca dalla grondaia  e in un momento la goccia non c’è più, è una sfera e poi niente.

Azuma è un bicchiere vuoto, Azuma è un pezzo di legno di faggio lasciato sull’asfalto, Azuma è un gesto quotidiano e la farfalla che batte le ali.

Sono grata al destino per avermi messa di fronte a una dicotomia così violenta.

Ora mi viene in mente un episodio della mia triste vita politica che riporto qui, così, tanto per dire.

Dovevo organizzare un convegno per i 100 anni dal trasferimento della sede comunale nell’attuale municipio e stavo pensando di far recitare delle poesie futuriste ad una mia amica attrice. Il 1910 infatti, anno dei fatti che si stavano celebrando, era quello di Marinetti e del manifesto futurista. La sinistra del paese divenne una furia e mi si scagliò contro disconoscendomi.

Io non credevo a quello che vedevo e sentivo. Ancora oggi, dopo un anno ormai, non mi capacito dell’arretratezza e dell’ottusità che vivono in certi ambienti.

Non so, forse ci meritiamo un’Italia di troie.

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