This must be the place. Forse.

Sono andata al cinema per vedere un bel film e l’ho visto. Ho visto un capolavoro? No. O meglio, un capolavoro per la fotografia di Luca Bigazzi, che ti rimane piantata negli occhi e per la colonna sonora di David Byrne al quale Sorrentino dedica il suo film, dal titolo al lungo cameo del musicista nel quale il protagonista, per la prima volta, rivela i propri spettri, il perché del lento crollare del suo mondo; un capolavoro per la tensione poetica che perdura dall’inizio alla fine e forse sarebbe già abbastanza…

Però sono andata via dalla sala con un senso di incompletezza emotiva, come se alla fine di un pasto non fossi ancora sazia e come se fossi, in fondo, insoddisfatta di ogni portata.

This must be the place è così, è una tavola imbandita di tanta roba, è promettente e non vedi l’ora di cominciare a mangiare ma poi nel piatto ti finiscono solo poche briciole e ti alzi con una smorfia di disappunto.

E’ importante dire che secondo me il doppiaggio (sebbene quello italiano sia meraviglioso) non rende giustizia all’interpretazione di Penn; Massimo Rossi, il suo doppiatore italiano, non poteva in nessun modo riprodurre fedelmente le sfumature di incertezza di un personaggio che Sean Penn ha prodotto su se stesso quasi in completa autonomia, con una voce in falsetto e una risata – appunto – inimitabile.

Però il problema fondamentale è che non si arriva mai davvero al punto e benché questa a volte possa risultare una caratteristica affascinante e vincente, non è questo il caso.

La forza del film sta tutta negli occhi bistrati di Cheyenne, nelle musiche che sembrano riflettere i grigi del cielo di Dublino e poi le distese di nuvole dell’America, così immensa, così piena di possibilità, la terra della rinascita.

La rinascita però avviene senza che lo spettatone ne partecipi davvero, senza che – dopotutto – ne senta la necessità. In questo film scorre un’anima ma si fa fatica a trovare una vena.

C’è troppo ed è tutto troppo approssimativo: un uomo incompiuto e pieno di sensi di colpa, la storia di un padre da recuperare e vendicare, un processo di crescita, l’espiazione, il senso dell’amore e anche se sai che è tutto collegato, sembra che tutto sia diviso in compartimenti stagni e di volta in volta ti dici: no, torna in dietro, approfondisci, dimmi qualcosa di più.

Vale però la pena di vederlo e io mi riprometto di vederlo una seconda volta, in lingua originale perché tra me e alcuni tra i film che oggi amo di più non è stato amore a prima vista.

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