Tutto molto semplice
dicembre 7, 2012

Ed e’ proprio così, e’ tutto un rincorrersi perpetuo tra chi insegue e chi si fa inseguire. Poi spesso i ruoli si invertono e il divertimento comincia oppure finisce. Ci adattiamo, come finiamo per abituarci ad un freddo improvviso, basta coprirsi quando fa freddo, no? o magari spogliarsi quando fa caldo, tutto molto semplice. Però qualcuno invece non si rassegna, qualcuno che non ha mai accettato le sconfitte o che ha creduto di non poter vincere mai più. Un cuore talmente fragile che gli è bastata una notte di gelo per non battere più. Dino, 40 anni, una vita quasi normale alle spalle, tanto che aveva un viso liscio liscio che di anni gliene avresti dati forse la metà. E’ morto ieri dopo un anno passato cercando di affogare i propri fantasmi nei cartoni di vino a poco prezzo comprati alla conad della stazione.
C’è una donna da qualche parte ora che lo sta ricordando, forse avverte un vago sentore di rimorso per essere andata via quel giorno, ma ne sono certa, lo rifarebbe mille volte. Probabilmente lo rivede con la tuta da lavoro sporca e quel sorriso che doveva essere malfermo già allora. Lo ricorderà così per sempre anche un bambino castano con gli occhi verdi, “un bambino fortunato, perché somiglia alla mamma”, così mi aveva detto Dino una di quelle volte che mi aveva parlato insieme al suo amico Gianni… L’amico che e’ venuto ad aspettarmi al binario per darmi la notizia. Ma chissa’, e’ piu’ probabile che mi abbia incontrata per caso e chissà poi se era tutto vero, chissà se vedendomi quel giorno Dino aveva solo voluto regalarmi un racconto -triste- ma solo mio.
Ecco, ora siamo arrivati alla fine della storia in ogni caso.

20121207-084726.jpg

Annunci

una strana domenica di guerra e pace
maggio 22, 2011

Caro blog, oggi ti scrivo dal mio giardino. Sono seduta sul gradino del portico e qui, accanto a me c’è una gatta, mamma da un giorno, che accudisce i suoi quattro figli fidandosi solo dell’istinto e un po’ di me.

Li aveva partoriti sul divanetto di finto banano e poi – chissà come – un paio erano caduti e un’altra era finita sul prato senza che lei sembrasse sapere cosa fare, così li ho raccolti e li ho radunati accanto a lei. Ancora una volta le è capitato di perderli mentre li spostava dentro un vaso, così l’ho aiutata ancora, forzandola a raggiungere i piccoli e a stare con loro e dopo qualche prova e qualche incertezza tutto è andato a posto.

Ora è qui che socchiude gli occhi e fa le fusa, lecca i piccoli e allunga una zampina verso di me accarezzandomi la mano, strofinando il muso sul mio ginocchio.

Se non fossi arrivata al momento giusto o se solo avessi pensato che la natura dovesse fare il suo corso ora quei gatti sarebbero morti e tutto quell’amore sarebbe andato sprecato.

Forse è proprio questo il senso; La natura fa il suo corso quando non si impedisce all’amore di nascere e crescere, quando si fa tutto per cercare di preservarlo, tutto il resto è un’opposizione malvagia al giusto corso delle cose che se non sfociano nell’amore si riverseranno nel suo opposto, generando dolore.

Ah, non lo so blog, sto qui a bearmi di questa visione così pura mentre qualche ora fa in questa casa, in questo giardino che non è mai stato così bello, due persone si sono dichiarate odio reciproco. Io non lo volevo, non era necessario, non era giusto e qualcosa mi convince che non fosse il giusto corso delle cose, ma che fosse però quell’inevitabile sfociare nel dolore dopo che qualcuno non aveva voluto preservare l’amore che c’era da qualche parte, altrove, in un altro tempo.

Sto forse parlando di Karma? E allora forse sto parlando troppo.

Ora dovrò cercare una soluzione perché ho troppo vicino a me la dimostrazione che provarci vale la pena.

uno, due
ottobre 21, 2010

Io ogni tanto sorrido anche quando accade qualcosa di brutto, di tragico. Cioè, dopo un primo momento (il tempo di contare uno e poi due) io a volte sorrido… magari di sghembo. Un sorriso idiota, lo riconosco ma mi scappa.

Eh si, c’è del beffardo nella vita. Sempre. E una punta di cinica ironia in un lamento, nel pianto forsennato di qualcuno. Non parlo di quelle scivolate indolori sulle bucce di banana, della cui visione ormai siamo assuefatti grazie alla TV, parlo di tragedie vere, insieme alle quali arriva anche il ridicolo della scompostezza e del surreale e anche, perché no, dell’imprevisto.

Sorrido inopportunamente ma è una via di fuga della mente, è l’ostinazione di uno spirito pavido, a voler vedere qualcosa di diverso dalla bruttezza pura e semplice del dolore, degli altri o del proprio.

Sorridere, così, allontana la paura del presente e del futuro… almeno per un attimo, il tempo di contare uno e poi due

quando fa male
febbraio 23, 2009

Ti hanno mai chiesto di spiegare il tuo dolore?

I sentimenti non si descrivono, magari si contagiano con gli occhi.

Magari sui sentimenti si dice di più tacendo.

Il dolore è sempre fisico.

Lo puoi avvertire su un braccio, sulla punta del dito o nella testa, lo puoi sentire prima e dopo uno schiaffo, lo puoi sentire come un cazzotto nella pancia, lo puoi sentire  alla base della gola quando le parole ci muoiono dentro, lo puoi sentire più o meno ma poi va a finire sempre dritto nelle viscere e te le stringe, a volte fino a farle piangere.

Il dolore non si descrive. Il dolore è acuto, regolare, localizzato, diffuso, ma ciò che conta è che fa male.

Ti possono chiedere dove ti fa male, ti possono chiedere “ecco, cosa succede se ti tocco qui?” ma non potranno mai chiederti di tradurre in parole ciò che senti.

Il dolore non ha codici, è fatto per essere compreso solo da chi lo prova. 

Il dolore lo bruci con l’ossigeno che respiri. Soffi sopra la ferita, espiri e inspiri per distendere lo stomaco contratto, per calmare il cuore che corre, per avere la certezza di essere ancora padrone del tuo corpo.

Poi passa, passa prima o poi.

In quel momento non hai peso, non hai lacci. Non hai nemmeno ricordi, le parole non le hai mai avute.