leggersi intorno
novembre 17, 2011

Mattina, non troppo presto, i passeri e i pettirossi cantano al gelo sui tetti, a Roma c’e’ lo sciopero dei mezzi (forse anche altrove ma non mi interessa più’ di tanto) e io resto a letto.

Quando ho cominciato a scrivere il mio blog, nel 2006, ho incominciato anche a seguire altri blog, e’ un processo naturale al quale non si riesce a resistere nemmeno se si ha pochissimo tempo.

Anche guidare all’inizio sembra impossibile, poi lo fai in automatico, pensando a mille cose.

Oggi, dopo un periodo di stanca in cui mi ero allontanata dalla scrittura e da wordpress a causa di mille motivi, ritrovo la meta’ dei miei bellissimi e brillanti contatti disattiva, spenta, disconnessa, afona.

Non ho avuto modo di accertarlo, ma ho la sensazione che dall’avvento dei social network come facebook o twitter ci sia stata una disaffezione generale al blog come mezzo di espressione, come diario e che, forse, i blog hanno risentito di questi nuovi canali comunicativi più’ diretti, più’ articolati e capillari.

Ora pero’ mi guardo intorno, o meglio mi leggo intorno e noto che ci sono tante nuove e interessanti realtà’ qui su wordpress e allora mi domando se l’era dei blog sia davvero finita o se, passata una parentesi di disaffezione, adesso si sia tornati a scegliere il pensiero compiuto invece che quello mordi e fuggi, cinguettato al volo.

Io personalmente credo di essere tornata sui miei passi.

In ogni caso non nego che stamane, facendo pulizia nel blogroll ho avvertito una sensazione di disagio, come quando si disfa l’albero di Natale o come quando (e questa e’ una sensazione ben peggiore) si mette via un vestito perché’ non ci entra più’.

Inizia una nuova vita da blogger, con un blogroll che attende nuovi link e una doccia calda, una colazione lenta, un giro alla posta, un po’ di spesa e le solite rogne al comune…

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relazione sull’ordinario e lo straordinario: scrivere per non morire
maggio 10, 2010

Il 15 maggio, cioè tra pochi giorni, dovrò fare una relazione su un libro durante un convegno. Non ho idea di cosa dire. O meglio, le idee sono vaghe e riguardano qualcosa di altrettanto vago quando invece, per opportunità, dovrei essere più specifica e parlare dei temi affrontati dal libro, come si conviene, come è normale.

Il libro di cui si parlerà è un testo storico su un pesino che confina con il mio e che un tempo, anzi, era un tutt’uno con il mio.

Io provo sempre una sensazione singolare quando leggo un libro che parla del mio paese o della mia terra. Forse è quello scontrarsi tra ciò che conosco, che mi è intimo, con ciò che è remoto e sconosciuto. E’ la consapevolezza che sto aggiungendo colore e particolari pastosi a un quadro che mi sembrava già finito.

Poi è la prima volta che mi ritrovo a fare la relatrice e, benché abbia assistito a migliaia di convegni e sappia bene che l’ultimo intervento è quello in cui la gente ormai non ne può più e in cui non vede l’ora di potersi buttare sul cibo, io ho comunque voglia di dire la mia.

In genere si parte dalla lettura del libro e si prende uno spunto. Io invece ho questa spinta irrefrenabile a parlare della scrittura, della parola scritta, del valore intrinseco, universale, topico della lettura più che dell’apprendimento o dell’acquisizione di nozioni, indipendentemente da tutto. A prescindere.

Ho voglia di spiegare perché è bello leggere e perché è altrettanto bello scrivere e, in fine, per quale motivo, o meglio quanti motivi, l’uomo ha deciso che scrivere fosse indispensabile.

Ci sono popoli che non hanno lasciato un solo documento scritto. Hanno lasciato opere architettoniche e artistiche poderose, ma quelle non ci dicono abbastanza e quei popoli oggi sono senza storia. Sarebbero bastate invece un paio di incisioni o una pergamena per spiegare tutto un mondo. Possiamo ben dire che l’alfabeto di un popolo è la chiave d’accesso alla sua cultura, alla sua mentalità più di quanto lo siano le impostazioni artistiche. Possiamo affermare che l’alfabeto è il codice che permette di decifrare la natura umana. Tutto il resto è ineffabile.

Ma c’è di più, molto più del desiderio di lasciare una traccia di civiltà: c’è l’esigenza di affermare la propria identità. Prendere un soggetto e plasmarlo con le parole… è questo il punto. Ogni autore quando scrive, scolpisce se stesso nella pietra…

Un libro non è un inventario di informazioni. Ciò che distingue un testo da un catalogo è la dedizione alle parole. La cura, oserei dire l’amore con cui lo scrittore sceglie, perché deve e perché la migliore tra le parole, quella che meglio tra tutte, rende l’idea, la esalta, le da l’anima.

Questo post mi è servito a tradurre le idee, portarle quindi da qualche parte, in un posto un po’ più vicino al traguardo. Organizzare, riflettere, ponderare, avere un quadro meno approssimativo di ciò che voglio fare. La scrittura mi è venuta in soccorso ancora una volta, a dimostrazione del fatto che non sbaglio a ricorrere a lei ogni volta che sono in empasse.

Vale per me, ma credo possa valere per tutti, in fondo siamo relatori ogni giorno anche se non ce ne accorgiamo.