Vallo a spiegare a Modigliani, per esempio, cos’e’ il futurismo secondo te
novembre 15, 2011

Io possiedo uno spirito artistico, cromosomicamente propenso al sacrificio, geneticamente predisposto all’abnegazione e così’, arte per arte, ho imparato anche quella di camminare con le pietre nelle scarpe. Ogni tanto pero’ -chissa’ che mi succede-  tiro fuori come un rigurgito, o meglio come un ruggito, quelle cose che in un modo o nell’altro non mi sono andate giù’.

Oggi per esempio si parlava del più’ e del meno con un variegato parterre nella cucina di casa mia, in santa pace, davanti al fuoco e io ho infilato all’improvviso, anche se non del tutto a sproposito, una vecchia storia che se ci penso adesso ancora mi sale la pressione.

L’anno scorso si festeggiavano i 100 anni dello spostamento della sede del comune e toccava a me organizzare un convegno a tema. Si trattava quindi di prendere in considerazione l’anno 2010 e il 1910, quando appunto la sede comunale cambio’, si trasferi’.

Mi venne in mente che come intermezzo tra un intervento e l’altro, sarebbe stato bello far recitare delle poesie, rimanendo in tema avrebbero potuto essere delle poesie futuriste.

Quando qualcuno lo seppe – e per “qualcuno” intendo dei compagni, gente di sinistra, gente che in teoria dice di difendere la cultura – beh, quando questo qualcuno lo seppe mi mosse una guerra senza preclusione di colpi. “Il futurismo fu il movimento che spalanco’ le porte al fascismo” dissero.

Ecco, se ho un ricordo di me in quel periodo mi vedo così’, con gli occhi sgranati a leggere frasi del tipo “apologia del fascismo” o “inopportune reminiscenze” destinate a me.

Questa gente si e’ fermata a 100 anni fa e oggi e’ evidente che combatte per le cose sbagliate visti i risultati che ha ottenuto politicamente nel corso degli anni. Mi riferisco agli insuccessi loro (e quindi nostri) ma soprattutto alle grasse vittorie degli altri.

Io credo che chi promuove una sola cultura promuova l’ignoranza così’ come credo che chi si contrappone a un qualsivoglia progetto per partito preso promuova l’ignoranza.

Purtroppo ho dovuto constatare che vicino a me “stanziano” numerosi soggetti che per un motivo o per l’altro promuovono l’ignoranza e, devo essere sincera, per quanto ami Don Chisciotte io non riesco a combattere contro i mulini a vento quanto lui.

E si, se sembro presuntuosa in questo post non me ne puo’ fregare di meno. Non vedo perché’ dovrei preoccuparmi solo io di offendere la sensibilita’ di qualcuno quando altri tromboni hanno tuonato senza nemmeno un po’ di pudore su uno dei movimenti culturali più’ importanti della nostra storia letteraria e artistica. Vallo a spiegare a Modigliani, per esempio, che cos’e’ il futurismo secondo te…

Come? Non ti va?… Eh, ma guarda un po’.

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Il tè nel deserto
settembre 11, 2011

E’ la magia di quel titolo, quello del film di Berttolucci, che poi era stato di un libro prima di essere di un film, quella magia mi girava nella testa mentre volando in una Jeep mi facevo strada insieme a una numerosa famiglia friulana tra le rocce del deserto del Sinai. Il tè nel deserto ma anche il tè che i beduini offrono ai turisti che fanno le escursioni. Un tè dolcissimo, lo stesso che la famiglia della sposa offre a quella dello sposo per dire che il matrimonio si farà. Forse è stata la cosa migliore di questa vacanza, la cosa più suggestiva, la più sorprendente. Il tè bollente, sotto un sole che picchia a quaranta gradi centigradi sulle nostre povere pelli troppo bianche e all’improvviso e meravigliosamente la freschezza dell’aroma, la freschezza dell’Habbak.

Certe volte, sdraiato sotto al tuo ombrellone pensi che in fondo non c’è modo di conoscere la storia vera. Quando sei a scuola i libri la distorcono e mentre la vivi, comunque, tutti cercano di mentirti. Non so se la mia guida Hamed abbia raccontato la verità o solo delle storielle per noi turisti, Non so se a Sharm qualcuno avesse davvero voglia di parlare di Egitto o se volessero essere considerati, tutto sommato, solo una cittadina sicura e ospitale, creata ad uso e consumo dei turisti. Non so se questi egiziani avessero più l’esigenza di sentirsi orgogliosamente tali o remissivamente dei semplici ospiti gradevoli… perché alla fine stanno vivendo la loro rivoluzione, ma anche la loro autodistruzione… lo sanno bene cosa succede ad un paese come il loro che vive praticamente di solo turismo quando all’improvviso non c’è più stabilità politica.

Il turista è uno che se ne frega se c’è la dittatura o no, lui vuole soltanto che non gli volino bombe sulla testa (e come biasimarlo… almeno per quest’ultima parte del discorso) e se c’è la guerra il turista non arriva.

Eravamo pochi a Sharm, pochi Italiani e pochi in generale e anche se il mio volo di rientro ha fatto 3 ore di ritardo a causa del conflitto avvenuto la notte prima al Cairo, io sono felice di essere stata lì, in un paese pieno di orgoglio represso che pian piano sta cercando la propria strada con coraggio.

Sharm è una città che si autodefinisce “città della pace”, all’entrata del nostro resort a 5 stelle c’erano due cani antibomba e sicurezza armata ovunque in strada, nei mercati, davanti ai luoghi di culto. E’ questa la vera faccia della pace? Io non lo so.

Una città che appena ci arrivi ti sembra davvero una città dalle mille possibilità: tanti cantieri aperti, costruzioni imponenti, resort da mille e una notte e poi ti accorgi che i cantieri sono fermi, che le strutture alberghiere sono mezze vuote e che tira una brutta aria.

Franco e sua moglie nel 2009 avevano comprato casa a Sharm, sulla carta. La consegna dei lavori avrebbe dovuto esserci nel 2012 e invece tutto rimandato a chissà quando. Franco e sua moglie hanno rinunciato, riprenderanno i soldi indietro, pagheranno una penale e come loro chissà quanti.

In mezzo a una vacanza preconfezionata come quelle che si fanno a Sharm c’è spazio per affacciarsi con i propri occhi sulla storia e se la storia non si può capire fino in fondo o conoscere, la si può cercare scritta chiara negli occhi della gente che ti parla e che cerca di vivere meglio che può: una guida, un autista, un beduino, un agente di sicurezza, un cameriere svogliato, una receptionist con gli occhiali che tira su col naso mentre ti da la ricevuta del conto. E la trovi dentro te, è la tua storia, sempre con le lacrime agli occhi per un ricordo, lontano o recente, per un luogo in cui si è stati bene che si lascia, un luogo che è stato casa tua per un po’ e che ti ha dato da mangiare mentre lo nutrivi, che ti ha riempito di visioni e di colori mentre lo vivevi, che ti ha cullato mentre lo nuotavi.

Che ti ha rinfrescato mentre lo bevevi…


relazione sull’ordinario e lo straordinario: scrivere per non morire
maggio 10, 2010

Il 15 maggio, cioè tra pochi giorni, dovrò fare una relazione su un libro durante un convegno. Non ho idea di cosa dire. O meglio, le idee sono vaghe e riguardano qualcosa di altrettanto vago quando invece, per opportunità, dovrei essere più specifica e parlare dei temi affrontati dal libro, come si conviene, come è normale.

Il libro di cui si parlerà è un testo storico su un pesino che confina con il mio e che un tempo, anzi, era un tutt’uno con il mio.

Io provo sempre una sensazione singolare quando leggo un libro che parla del mio paese o della mia terra. Forse è quello scontrarsi tra ciò che conosco, che mi è intimo, con ciò che è remoto e sconosciuto. E’ la consapevolezza che sto aggiungendo colore e particolari pastosi a un quadro che mi sembrava già finito.

Poi è la prima volta che mi ritrovo a fare la relatrice e, benché abbia assistito a migliaia di convegni e sappia bene che l’ultimo intervento è quello in cui la gente ormai non ne può più e in cui non vede l’ora di potersi buttare sul cibo, io ho comunque voglia di dire la mia.

In genere si parte dalla lettura del libro e si prende uno spunto. Io invece ho questa spinta irrefrenabile a parlare della scrittura, della parola scritta, del valore intrinseco, universale, topico della lettura più che dell’apprendimento o dell’acquisizione di nozioni, indipendentemente da tutto. A prescindere.

Ho voglia di spiegare perché è bello leggere e perché è altrettanto bello scrivere e, in fine, per quale motivo, o meglio quanti motivi, l’uomo ha deciso che scrivere fosse indispensabile.

Ci sono popoli che non hanno lasciato un solo documento scritto. Hanno lasciato opere architettoniche e artistiche poderose, ma quelle non ci dicono abbastanza e quei popoli oggi sono senza storia. Sarebbero bastate invece un paio di incisioni o una pergamena per spiegare tutto un mondo. Possiamo ben dire che l’alfabeto di un popolo è la chiave d’accesso alla sua cultura, alla sua mentalità più di quanto lo siano le impostazioni artistiche. Possiamo affermare che l’alfabeto è il codice che permette di decifrare la natura umana. Tutto il resto è ineffabile.

Ma c’è di più, molto più del desiderio di lasciare una traccia di civiltà: c’è l’esigenza di affermare la propria identità. Prendere un soggetto e plasmarlo con le parole… è questo il punto. Ogni autore quando scrive, scolpisce se stesso nella pietra…

Un libro non è un inventario di informazioni. Ciò che distingue un testo da un catalogo è la dedizione alle parole. La cura, oserei dire l’amore con cui lo scrittore sceglie, perché deve e perché la migliore tra le parole, quella che meglio tra tutte, rende l’idea, la esalta, le da l’anima.

Questo post mi è servito a tradurre le idee, portarle quindi da qualche parte, in un posto un po’ più vicino al traguardo. Organizzare, riflettere, ponderare, avere un quadro meno approssimativo di ciò che voglio fare. La scrittura mi è venuta in soccorso ancora una volta, a dimostrazione del fatto che non sbaglio a ricorrere a lei ogni volta che sono in empasse.

Vale per me, ma credo possa valere per tutti, in fondo siamo relatori ogni giorno anche se non ce ne accorgiamo.