Archive for maggio 2010

cara Paola,
maggio 16, 2010

Cara Paola,

quando qualche mese fa mi dicesti che sarebbe stato bello organizzare un concerto, coinvolgere i bambini, in sostanza fare qualcosa  per celebrare insieme alla figura di tutte le donne e di tutte le madri, anche il ricordo della tua mamma, io ti ho capita benissimo. Ti ho capita perché so cosa si prova quando il destino ti priva all’improvviso di un genitore.

Si prova un dolore lacerante che persiste nel tempo, nutrendosi di ricordi, spesso e volentieri di qualche senso di colpa, di tutte le cose non dette, delle frasi lasciate a metà e delle parole di troppo, degli abbracci mai dati, di tutte quelle cose che fai quotidianamente e che chi  non c’è più non vedrà mai.

So cosa significa aver bisogno di un consiglio proprio da quella persona e non trovare più i suoi occhi per capire cosa fare e avere la paura, il terrore, di non ricordare più la sua voce un giorno.

Ho capito e condivido il tuo desiderio di rendere eterna la memoria, di lanciare un messaggio, di far arrivare le note del tuo amore più in alto possibile e sperare che la persona a cui sono destinate, le senta.

Il motivo per cui  siamo qui è che  siamo figli e che possiamo o no, godere ancora dello sguardo dei nostri genitori, ognuno di noi lo ha incontrato, conosciuto e amato.

E’ attraverso quello sguardo, il primo, che cominciamo a vedere il mondo. Non attraverso i nostri occhi ma attraverso quelli di chi ci cresce, ci nutre, ci protegge nel suo abbraccio e ci spiega la vita. Il concerto che abbiamo organizzato si chiama in memoria aeterna perché si dimenticano tante cose, tante si perdono in giro per il mondo o le chiudiamo in cassetti che non apriamo mai più, ma certi sorrisi, certe dita che indicano la luna, un’altalena, il tuo naso per spiegarti quanto sono grandi o piccole le cose, ecco, quelli non si dimenticano mai… e benché ne abbiamo la paura e a volte il terrore, dimenticare una voce che continua a parlarti nel cuore è impossibile.

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relazione sull’ordinario e lo straordinario: scrivere per non morire
maggio 10, 2010

Il 15 maggio, cioè tra pochi giorni, dovrò fare una relazione su un libro durante un convegno. Non ho idea di cosa dire. O meglio, le idee sono vaghe e riguardano qualcosa di altrettanto vago quando invece, per opportunità, dovrei essere più specifica e parlare dei temi affrontati dal libro, come si conviene, come è normale.

Il libro di cui si parlerà è un testo storico su un pesino che confina con il mio e che un tempo, anzi, era un tutt’uno con il mio.

Io provo sempre una sensazione singolare quando leggo un libro che parla del mio paese o della mia terra. Forse è quello scontrarsi tra ciò che conosco, che mi è intimo, con ciò che è remoto e sconosciuto. E’ la consapevolezza che sto aggiungendo colore e particolari pastosi a un quadro che mi sembrava già finito.

Poi è la prima volta che mi ritrovo a fare la relatrice e, benché abbia assistito a migliaia di convegni e sappia bene che l’ultimo intervento è quello in cui la gente ormai non ne può più e in cui non vede l’ora di potersi buttare sul cibo, io ho comunque voglia di dire la mia.

In genere si parte dalla lettura del libro e si prende uno spunto. Io invece ho questa spinta irrefrenabile a parlare della scrittura, della parola scritta, del valore intrinseco, universale, topico della lettura più che dell’apprendimento o dell’acquisizione di nozioni, indipendentemente da tutto. A prescindere.

Ho voglia di spiegare perché è bello leggere e perché è altrettanto bello scrivere e, in fine, per quale motivo, o meglio quanti motivi, l’uomo ha deciso che scrivere fosse indispensabile.

Ci sono popoli che non hanno lasciato un solo documento scritto. Hanno lasciato opere architettoniche e artistiche poderose, ma quelle non ci dicono abbastanza e quei popoli oggi sono senza storia. Sarebbero bastate invece un paio di incisioni o una pergamena per spiegare tutto un mondo. Possiamo ben dire che l’alfabeto di un popolo è la chiave d’accesso alla sua cultura, alla sua mentalità più di quanto lo siano le impostazioni artistiche. Possiamo affermare che l’alfabeto è il codice che permette di decifrare la natura umana. Tutto il resto è ineffabile.

Ma c’è di più, molto più del desiderio di lasciare una traccia di civiltà: c’è l’esigenza di affermare la propria identità. Prendere un soggetto e plasmarlo con le parole… è questo il punto. Ogni autore quando scrive, scolpisce se stesso nella pietra…

Un libro non è un inventario di informazioni. Ciò che distingue un testo da un catalogo è la dedizione alle parole. La cura, oserei dire l’amore con cui lo scrittore sceglie, perché deve e perché la migliore tra le parole, quella che meglio tra tutte, rende l’idea, la esalta, le da l’anima.

Questo post mi è servito a tradurre le idee, portarle quindi da qualche parte, in un posto un po’ più vicino al traguardo. Organizzare, riflettere, ponderare, avere un quadro meno approssimativo di ciò che voglio fare. La scrittura mi è venuta in soccorso ancora una volta, a dimostrazione del fatto che non sbaglio a ricorrere a lei ogni volta che sono in empasse.

Vale per me, ma credo possa valere per tutti, in fondo siamo relatori ogni giorno anche se non ce ne accorgiamo.