Archive for gennaio 2009

sempre meglio
gennaio 29, 2009

Avevo scritto un post molto lungo sulla giornata strana appena trascorsa, iniziata come inizia ogni giornata quando di notte si è pianto nel sonno.

Avevo scritto un post lungo e sibillino su vecchie paure ritrovate, antiche insicurezze sopite e restituite alla luce, una tediosa rassegna sui malesseri e i dolori di noi nuovi giovani Werther.

Invece avevo solo voglia di dire che ho sognato i miei colleghi stanotte e ho sfogato nel sogno, con il pianto, tutta l’ansia che nutro nei loro confronti, nei confronti di loro come gruppo, come minaccia, come attori nel mio film.

Niente di grave, ma qualcosa di infinitamente utile a me.

Oggi ne so più di ieri e ho già cominciato a crescere, si vede.

Domani sarà ancora meglio, perché quando guardi in faccia la tua paura e le sorridi, l’hai già colpita a morte.

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Il nome rosso della Rosa
gennaio 29, 2009

nome-rosso

Questo primo mese del 2009 mi ha portato un po’ di malanni fisici e di sfortuna diffusa a più livelli, ma anche un sacco di tempo per leggere e quindi tante pagine divorate o bevute o respirate piano nella luce fioca della lampada da notte o sotto i neon del vagone del treno.

Uno su tutti, quello che più di tutti mi ha presa e lasciata lì senza una risposta precisa è “Il mio nome è rosso” dello scrittore turco Orhan Pamuk.

E’ la storia di un duplice assassinio consumatosi all’interno della ristretta cerchia dei minuaturisti del sultano nella turchia del 1591.

E’ una storia di passioni e morte, una storia di conflitti interiori di persone e culture che cambiano, si contaminano e si combattono.

Per essere compresa, questa storia deve essere immaginata come una serie di miniature o dipinti o ritratti. Disegni meticolosi e perfetti che raccontano l’evolversi dei fatti attraverso il loro sguardo.

Rosso è il colore per eccellenza, è il colore che attraversa la nascita, la morte, il dolore e l’amore.

Rosso è il colore della lotta tra tradizione e innovazione, rosso è il colore del sangue delle sue vittime.

Rosso è il colore della rosa

Il nome della Rosa.

Dopo Umberto Eco, anche Pamuk si misura con il dramma ancestrale che si consuma ogni volta che il mondo gira su se stesso in maniera più veloce.

Il gusto è amaro, nessuno vince, non vince nemmeno l’amore, non vince il buono, non vince il cattivo. Vince solo il mondo beffardo che stuzzica e mette alla prova ogni volta con la stessa crudele genialità.

Mi ha lasciato lì senza una risposta, dicevo. Tra l’altro è stato difficile anche farsi delle domande sensate.

Mentre leggevo mi chiedevo se il libro mi piacesse oppure no, se  fosse necessario documentarsi, se io fossi abbastanza sensibile, intelligente e perspicace per capire.

Capire… che noia.

da lontano
gennaio 27, 2009

Mentre guardo “Il Pianista” nella solenne e sonnacchiosa ricorrenza de “Il giorno della memoria” penso che effettivamente ho mancato un post su Obama… come qualcuno mi faceva notare.

Perchè? Perchè penso a Obama mentre guardo un film sulla tragedia degli ebrei? La risposta non è una e tutte sono scontate quanto inesatte.

Ciò che lega i miei pensieri, il filo rosso che porta dall’olocausto al presidente nero è la commozione.

La commozione è uno stato d’animo che mi domina ed è il marchio di fabbrica di mio padre.

Io piango di tristezza sincera, lui piangeva d’orgoglio.

La storia di Obama è una storia piena di orgoglio, è una storia che commuove e lui, nero, sottile, su quel palco qualche giorno fà era così enorme da commuovere fino alle lacrime.

Nel mio sconfinato narcisismo, ancora una volta osservo il mondo Brigidocentricamente e – forse – con troppo ottimismo… Ma spero che quest’uomo somigli alle sue promesse e alle sue parole piene di buon senso e quest’uomo che ce l’ha fatta, spero che ce la faccia ancora.

sui binari
gennaio 27, 2009

Cosa posso fare io più che alzarmi la mattina alla solita ora e sperare per il meglio? Niente. Non posso cambiare la pioggia con il sole, gli umori neri della gente, il disappunto, la scarsa professionalità, l’inesistente dominio di sè stessi e dei propri sensi. Non posso entrare nelle menti altrui, non posso modificare le loro storie personali, non posso essere il cappuccino e cornetto degli altri, non posso essere la moglie e il marito, la pagella del figlio, la macchina e la benzina, non posso, non posso, non posso.

E’ per questo che rimango vittima di un destino che non mi sono costruita da sola e che mi porta insieme ad un migliaio di persone sotto la pioggia, in piedi sui binari a dire che per mille che non possono, qualcuno DEVE portarci dove dobbiamo andare ogni mattina.

Un po’ ci credo e un po’ no, un po’ sto lì perchè tanto ormai… un po’ ci sto perchè magari così domani non succede se è già successo oggi e…

E alla fine niente, io me ne torno a casa zuppa e arrabbiata con una giornata di lavoro persa, con in testa un unico pensiero: fossi almeno rimasta a letto a dormire!

– o +
gennaio 24, 2009

Brigida cammina a passi lenti dopo un pranzo troppo abbondante. Posa i piedi sull’asfalto bagnato da un secolo di pioggia e si ripara i capelli dall’acqua che cade giù senza risparmiarsi mai, a gocce grosse e fragorose.

Guarda oltre la foschia, oltre la linea grigia dell’orizzonte che rende grigio ogni essere vivente o no che abbraccia. Respira il fumo dei comignoli e la tristezza di quei fuochi accesi e abbandonati.

A Brigida sembra di sentire le storie che si raccontano quegli uomini e quelle donne chiusi in casa, inventano, dicono verità scomode, vanno avanti o aspettano. Di sicuro aspettano che spiova e sarà una lunga attesa.

Brigida ha freddo, sente il freddo fin dentro la corteccia degli alberi grondanti, la pioggia le entra nelle scarpe, attraversa l’ombrello immaginario, permea nei fluidi corporei, ingrossa la vena della tristezza.

Brigida corre verso casa respirando più forte che può, sperando di non inciampare in una buca, di non incontrare un cane zuppo e arrabbiato e di non cadere su una radice frustrata dalla mancanza di fotosintesi.

Brigida infila la chiave nella serratura chiude la porta e poi anche gli occhi.

Poi torna fuori e si chiede perchè mai avere tanta fretta.

nottambulissimamente
gennaio 23, 2009

Due secondi fà morivo di sonno e adesso puff, tutto finito, gli occhi sbarrati sulla notte aperta infinita, vuota.

Ero con Marco e stavo abbandonata come un fantoccio di pezza su una vecchia poltrona imbottita con quella vaga sensazione di tepore buono e sicuro e le palpebre si arrendevano alla fatica di troppe giornate perse e bagnate.

Io, dal canto mio, cercavo di fare, agire, dire e soffocavo quella voglia travolgente di perdermi nei sogni e di non essere responsabile dei miei pensieri.

Annaspavo come si annaspa nell’acqua dopo essersi tuffati inconsapevolmente e riemergevo dalle profondità ovattate del mio limbo.

Soffrivo.

Ora invece, con un buon sapore di cioccolato nella bocca e su un letto troppo grande per essere goduto da soli, cerco quell’abbandono che non arriva più, cerco il velluto del torpore,cerco l’amore di una notte che evidentemente si beffa di me e che non mi vuole nè sveglia nè dormiente, nè felice.

Sulle rive del fiume Hudson
gennaio 16, 2009

sullenberger

 

Questa notizia è la mia notizia… acutizza la paura di voltare che ho ma allo stesso tempo mi esalta di speranza.

In Italia erano le 21.25 di ieri quando a New York  il volo 1549 della US airways ammarava nel fiume Hudson. 155 passeggeri tutti vivi e illesi. Ci sono tre fattori che hanno reso possibile questo miracolo: la fortuna ma soprattutto la bravura e il sangue freddo.

L’eroe (stavolta non per caso) ha il volto e il nome del capitano Chesley Sullenberger, ex pilota di guerra  che vola per la US airways da 1980.

Sullenberger III, cinquantasettenne originario di Danville in California è diventato un fenomeno mediatico.

Salta subito all’occhio facendo una rapida scorsa dei motori di ricerca. Su facebook poi, social network estremamente popolare in questo momento, sono nate decine e decine di pagine dedicate a lui.

Io sono diventata sua fan e tra poco vado ad iscrivermi al gruppo “Chesley B. ‘Sully’ Sullenberger, il pilota che tutti noi vorremmo!!”

quel maledetto libro
gennaio 14, 2009

Sto leggendo la – maledetta – ragazza che giocava col – maledetto – fuoco.

e nel frattempo conto quante volte l’autore ha infilato un “maledetto” o un “maledettamente” o anche un bel “dannatamente” nella sua storia. Impossibile. La cosa è caricaturale, dilettantesca e irritante.

E’ appurato che ormai sono affezionata ai personaggi che in gran parte sono gli stessi di uomini che odiano le donne e che a Larsson va riconosciuta la capacità di costruire trame avvincenti, ma la qualità di scrittura di questo secondo capitolo della -maledetta – trilogia Millenium è pessima e inferiore al primo e più fortunato romanzo.

Non che l’altro avesse stile, ma l’idea che mi faccio qui, pagina dopo pagina, è che si tratti di un libro scritto in fretta e fatto uscire quasi privo di editing.

Oppure, chissà, bisognerebbe capire se si tratta di un problema di traduzione e interpellare la responsabile che è Carmen Giorgetti Cima e l’editor Francesca Varotto.

In questo libro la voce narrante e i personaggi utilizzano tutti lo stesso linguaggio, gli stessi intercalari, le stesse espressioni. L’autore indugia sulla descrizione di ambienti e situazioni come esige la scrittura cinematografica e di conseguenza il gusto popolare ma aggira la responsabilità di dover dare un’anima autentica ai protagonisti della sua storia.

Tuttavia, quasi incomprensibilmente, la trama è godibile e trascinante, merito della capacità di Larsson nel costurire suspance… caratteristica indispensabile per la buona riuscita di un romanzo del genere thriller o poliziesco.

Però che – maledetto, dannato – peccato.

Febbre
gennaio 13, 2009

E’ quando dentro sei così caldo che il caldo che c’è fuori ti fa tremare.

E’ quando gli occhi si spengono sotto le palpebre e aspettano che la luce non morda più

E’ quando il collo non sostiene la testa piena di pensieri senza giogo.

Febbre è quando senti tutto il peso del tuo corpo e quando hai la sensazione che l’anima sia debole e ferita.

E’ quando sai che hai bisogno di aiuto

E’ quando sai che devi volerti bene per farcela.

Febbre – per qualcuno – può essere ogni giorno, io lo so.

senza titolo
gennaio 12, 2009

La pagina è ancora bianca quasi per intero, anche se si riempie di caratteri neri parola dopo parola.

La pagina è ancora bianca quasi per intero e… io non so ancora cosa scrivere.

Potrei raccontare del caos di bacilli che mi sta inchiodando al letto, potrei raccontare del mio letto, che è un caos.

Potrei prendere un’aspirina e mandare giù l’antipatia che provo per questa pioggia invadente, l’antipatia che provo per le situazioni non chiare.

Potrei fare un disegno e colorarmi la mattina, che poi è diventata pomeriggio e ora è sera. E’ troppo sera per disegnare una mattina.

Troppo freddo per immaginare un sole.

Ho aspettato troppo per credere che potrei, ormai sono sicura soltanto che avrei potuto