Archive for novembre 2007

vizio di famiglia
novembre 29, 2007

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Il fatto è che nonno aveva il cinquino, ce l’aveva rosso e mamma ha imparato a guidare lassù. Ho sempre creduto che quella 500 fosse nata rossa e invece in origine, a quanto pare, era celeste o verde acqua. Ci ho passato tutta la scuola elementare e gran parte delle medie, poi arrivò una panda di seconda mano che, dicevano, era un grosso affare, ma a me non ha mai dato nessuna soddisfazione sentimentale; non ci ho passato neppure un momento bello, non uno che valga la pena di ricordare almeno.

Quanto mi è dispiaciuto quando nonno Eleuterio regalò la sua (ma anche mia) cinquecento rossa ad un amico. Era rossa come le rose che crescevano sul muro dietro casa, era divertente come gli anni più spensierati dell’infanzia, vissuta come è vissuto ogni minuto quando si è tanto giovani e si ha voglia di stare al mondo.

Ma c’era da capirlo allora che quella macchinina rossa avrebbe potuto restare per sempre il segno di quanto di meglio eravamo stati.
Almeno per me, che in quella macchina ci sono praticamente nata, ma forse anche per gli altri, perché la dentro certe volte ci infilavamo tutti e cinque ed in quei momenti non avremmo potuto essere più famiglia di così.

Non lo capimmo allora, forse perché eravamo ancora tanto famiglia, perché non pensavamo che presto ci saremmo persi tutti quanti.
Io non lo sapevo che quella macchina, parcheggiata sotto la pianta di fico, vicino alle siepi di “belle di notte”, mi sarebbe mancata così.

E’ chiaro che questo sentimento di affetto, forse di amore per il cinquino siamo in molti a provarlo, sennò la nascita di questa nuova 500 non sarebbe stata accompagnata da tanta curiosità e tanto entusiasmo, magari a volte non del tutto giustificato.

Dico la verità; ho provato a non farmela piacere la nuova 500, ho provato a pensare che serviva solo a rimpinguare il carnet delle bizzarrie di Lapo, che serviva per riparare i testacoda di Marchionne, a pagare le culle della prole Elkan-Borromeo, ma oh, secondo me è proprio carina.
Anche se l’originale è inimitabile ed inavvicinabile, è storia e diciamocelo, pure un po’ mito, questa nuova non è male per niente ed è un tributo al passato che non delude le aspettative.

Mi piace perché non è esagerata o caricaturale nello stile, ma è elegante e misurata.
Conserva le forme dell’originale, le esalta con moderna discrezione.

Ha perso l’anima pop della madre e si è un po’ vestita di snob, ma diciamo che non se la tira più di tanto.

Insomma ho provato a non farmela piacere, però mi piace.
Quindi a fine gennaio, forse, mi arriva.

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Personaggio in cerca di autore
novembre 29, 2007

Ho curiosità di vedere quel nuovo film, August Rush, quello con Jonathan Rhys Meyers.

Non so, ho una passione segreta o meglio mai espressa per questo attore; ha un aspetto ambiguo, un look ambiguo, un comportamento ambiguo e lui stesso ammette che è questa la sua fortuna e il suo talento.
Dice che è questo il suo appeal, dice che i registi lo cercano perché riesce a rappresentare l’ambivalenza tra bene e male.
“Non sembro dolce” dice.

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No?
Ma si, secondo me si.

Forse sono le labbra carnose e imbronciate e gli occhi celesti come ti immagini celeste la volta del paradiso, ma certo che sembra dolce.

Però poi effettivamente guardi la sua foto, il contorno efebico del corpo e guardi meglio quegli occhi nei quali si legge un sentimento inquieto, oltre che probabilmente l’eccesso di qualche sostanza stupefacente e dici ecco, non sembra dolce affatto anzi.

Quindi è dolce e non lo è? Seducente o inquietante?

Inclassificabile e non pevenuto, ma restargli indifferente no.

Quindi – credo – c’è qualcosa di magico, qualcosa che si può chiamare dono; è chiaro quando lo si guarda in Velvet Goldmine o in Match Point,
E’ perfetto in quei ruoli, dunque è tanto più perfetto quanto più le sfide sono difficili.

Speriamo che non si perda dietro alla sregolatezza ma che assecondi il genio.

Update piccoli saggi del suo talento:

Un tram che si chiama desiderio
novembre 28, 2007

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Blanche arriva a New Orleans scendendo da un treno, ma emerge dal fumo che forse è come nebbia sul mondo oppure è soltanto un soffio di bianco, bianco come il suo nome.

Sembra persa. Blanche è persa alla stazione, in mezzo alla città, persa nel quartiere di sua sorella Stella, persa in una casa di due stanze che quando c’è lei sembra un labirinto senza fine di poche luci e molte ombre.

Sua sorella si chiama Stella e per quanto sfortunata e forse cieca, sembra solida, ferma come un punto fisso nel cielo di Blanche.
Blanche possiede invece solo il chiarore evanescente delle stelle, quella brillantezza instabile e tremolante che può illudere gli occhi di chi guarda.

Blanche conta sulla luce fioca che la illumina, quella che non la prende mai per intero, una luce che non è fatta per mostrare le cose per quello che sono, ma per avvolgerle di magia o di poesia. Così come può fare il fumo di una sigaretta al viso di una donna.

Non è l’alcol che la consuma, ma la vita che non ha vissuto, quella che ha subito perché troppo debole e troppo sola.

Il punto di non ritorno per Blanche è segnato dallo sparo con il quale il suo giovane marito si era tolto la vita, uno sparo che lei continua a sentire in un ballo vorticoso che sembra unire l’amore alla morte.
E quello sparo, chissà perché, richiama alla mente una pistola fumante, il fumo chiaro, bianco che Blanche si porta dietro come un fardello pesante.

Il desiderio è l’esatto opposto della morte dice Blanche, ma lei non sa cosa desiderare perché non sa vivere, non più.

L’idea che siamo tutti su di un tram chiamato desiderio mi ha sempre affascinata.
Questa idea sottintende che per quanto distratti, noi tutti siamo coscienti di aver preso una direzione, di aver scelto di fare un percorso che non sempre è quello migliore per noi.

In ogni caso Blanche è salita su quel tram che l’ha portata dritta alla follia, dritta tra le braccia del suo opposto: Stanley, l’uomo di sua sorella che rude, gretto, materialista e violento si erge su di lei, ridotta ormai ad un fantasma di fragili fantasie.

Blanche Du Bois, come un fantasma perso in un bosco; nessuno è capace di accettare, capire, assecondare la recita di questa donna che non chiede altro che essere amata.

Tutti da lei vogliono più di quanto possieda ormai.
Non è più giovane, né innocente, né onesta, né ricca ma Blanche non si rassegna ad essere ciò che è diventata, non può più vivere con quella parte di se stessa che con la casa ha perso anche l’identità e la reputazione.

Gli altri si credono ingannati, ma quello di Blanche non è un raggiro, è solo il disperato tentativo di riprendersi tutta la vita ed il desiderio che possedeva un tempo.

In questo film, tratto dall’omonimo romanzo di Tennessee Williams, ad ogni attore si è richiesto uno sforzo interpretativo che immagino immane.

E’ un dramma fatto di tensioni continue, di angoscia esasperante, densissima. Ogni personaggio ha spessore, ogni ruolo porta a sollevare il peso quasi insostenibile del proprio temperamento che deve fare su e giù continuamente tra disperazione ed euforia.

La storia sembra scritta sulla pelle di Vivien Leigh, soprattutto se la si ricorda sensuale, giovane, bellissima nel ruolo di Rossella O’hara.

Rossella potrebbe essere una Blanche giovane, risoluta, illuminata dalla luce piena dell’amore.

Non so se consideralo un caso che certe storie di finzione permeino così tanto nell’epidermide da diventare vita vera.
Dopo aver interpretato “Un tram che si chiama desiderio” al cinema e a teatro, la Leigh impazzì e poi morì di tubercolosi a 53 anni.
Forse in Vivien c’era troppo di Blanche.
Eppure credo che in ogni donna esista un po’ di Blanche, un po’ di quella donna che ha paura di non essere più brillante abbastanza per poter chiedere al resto mondo tutto l’amore di cui ha bisogno ancora.

la situazione del mio fondotinta non è buona
novembre 27, 2007

Dei brufoli non mi è mai importato niente, forse è per questo che non ne ho mai avuti tanti.
Del resto credo che di queste cose debba preoccuparsi chi ne è proprio pieno oppure chi ha un viso perfetto.

Dai, se hai un viso perfetto e ti spunta un brufolo è normale che un po’ ti girano. Tutta quella simmetria, quell’incarnato di perla, tutto quel levigato fulgore che all’improvviso si spezza proprio là, su una guancia o sopra la fronte.
E’ un peccato, me ne rendo conto.

Però se hai una faccia un po’ così che non è proprio il massimo e ti viene una bollicina, ma anche due, chi se ne importa? Non se ne accorge nessuno, tanto li in mezzo nemmeno si vede.

Ecco, io sono del tipo con la faccia che non è niente di speciale, tutt’altro che perfetta e allora i brufoli me li posso permettere.

Ne scrivo perché proprio adesso ne ho uno di dimensioni ciclopiche sul mento, lì dove mi spunta sempre del resto.
Sono talmente abituata a quel brufolo che quando se ne va un po’ mi dispiace.

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Tento di camuffarlo con il trucco, perché sai com’è, uno ci prova sempre ma io uso roba un po’ discount, su queste cose vado a risparmio.
Camperei di campioncini come Jennifer Aniston in friends with money. Magari sarei capace di passare ogni mattina alla Rinascente e truccarmi gratis, ma prima o poi mi scoprirebbero.

Ho una borsetta per il trucco nella quale non manca mai un fondotinta chiaro, la terra abbronzante, il phard, il kajal per gli occhi e un lucidalabbra. I trucchi mi piacciono da quando avevo cinque anni, da quando pasticciavo con gli ombretti di mamma.

Il fatto è che però truccarsi è tanto più bello quanto più ci si piace. Truccarsi è bello quando ci si vuole valorizzare, non nascondersi.

E’ per questo che il brufolo quando c’è non sparisce.
Ci vorrebbe un correttore per ogni insicurezza.

Ecco, scrivo questo, titolo compreso, perché Celentano prenda a cuore anche noi che vorremmo truccarci meglio e non possiamo, non ci riusciamo proprio.
Insomma, non esistono solo lavandini intasati ma anche fondotinta senza carattere, gente che rimane lucida sotto i riflettori del proprio spettacolo che va avanti e non si ferma ed è un bel problema. Ma lui che ne sa, ha i truccatori della rai.

piccole rivoluzioni
novembre 26, 2007

Apro gli occhi la mattina e la nebbia sta su fitta fitta, arrivo al supermercato e scopro che non è più Eurospin ma Pan.
Pan?
Pam?!?
Pan o pam sottogruppo di panorama forse, insomma.

Dunque che succede? Non troverò più la solita pappa per i gatti e tutti i miei mici si suicideranno in massa? Ne sono capaci, io lo so, li conosco. Oppure finisce che divorano me.

Il supermercato non può cambiare così, non senza elezioni o almeno il referendum.
Di questo passo va a finire che ci ritroviamo di nuovo sotto i Savoia.

La sera scende fredda fredda, piovosa, buia. Dico a Marco: E dai, mandagliela almeno una e-mail a Jorgen che lui ti ha chiamato già due volte e tu gli avevi detto che l’avresti richiamato una settimana fa!

Allora usiamo skype e succede che Jorgen lo vediamo pure. Ride come un matto, manda baci e abbracci e ci mostra la sua bella casa in Colorado che se hai un attico come il suo a destra vedi le montagne e a sinistra i grattacieli di Denver.
Hai capito Jorgen!

Con un computer prendi il sole in colorado mentre qua fuori cade la gelata. Poi fai un giro nelle camere da letto, nel soggiorno e finisci dritto nella cantina dei vini. Vedi una scala nel mezzo della stanza; il ragazzo passa la domenica a dipingere la camera da pranzo.

Si passa ad I chat.

Marco piazza come sfondo la torre Eiffel.

Poi si va sulle montagne russe.

E dai, non mi dispiacerebbe se Marco e Jorgen restassero amici, anche se la distanza non è facile da gestire e anche se forse, non lo so, quello lì ha ucciso qualcuno secondo me.

Se li guardi sembrano bambini con i loro mac, e stanno li a scambiarsi le foto delle feste, delle vacanze, delle loro macchine decappottabili.
Risate, risate, risate

Vuole venire a trovarci, vuole andare a Venezia, vuole vedere Roma, Roma è la città più bella del mondo, ci puoi giurare.
Quando ti pare. In primavera magari, perché no… Noi siamo qui… se ci si sente ancora, massì.

moviemakers
novembre 25, 2007

Tra 15 minuti ho un appuntamento importante… una cioccolata calda in tardo autunno puo’ essere il momento cruciale di una giornata o di una intera settimana.

Per Marco poi questa sara’ la prima cioccolata calda da attore.

“Salve, cercavo l’avvocato Ferreri”, una battuta piccina, ma detta bene… cavolo! Ero pronta a prenderlo in giro per tutta la vita e invece ho dovuto riconoscere che ha talento, ci sa fare.

Ilaria e Pierfrancesco hanno scelto il suo studio come location e lui ci ha rimediato anche una comparsata.

Una mattinata interessante insomma, una telecamera, un carrello, un regista, un operatore, una attrice, una comparsa e io… che sono servita a ben poco.

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Non c’e’ ancora un titolo per questo nuovo corto, ma intanto e’ nata una star.

Non male per uno che mi vieta di pubblicare la sua foto su questo blog!

Sabato
novembre 24, 2007

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Sabato. Già. Ancora.
Che giorno bello però.
Vorrei correre e bere cioccolata calda, stare sdraiata sul divano con un filmone uno dietro l’altro, mangiare pizza, canticchiare, farmi soffocare dalla pancia di uno dei miei gatti, stretching tanto da far scrocchiare i punti aggrovigliati, che ce n’ho tanti, troppi. Disegno compulsivo, colore ossessivo.

Ma perché, una giornata intera a Roma, su e giù da Torre argentina a campo de fiori passando per Piazza Navona, il Pantheon, San Pietro e Trastevere?
Come la vedi Bri?

La vedo bene, se il tempo regge, se il sole si fa vivo, se il cappotto tiene caldo.
Ci sono ben 3 mostre che vorrei vedere e un paio di strade che mi piacerebbe camminare. Che adesso poi si comincia a respirare quell’aria buona di Natale con le stelline, le lucine, il rosso e l’oro, Babbo Natale, le renne e gli elfi, le canzoncine ed i pacchetti… Mio Dio quanto mi piace! Mi piacerebbe.

Marco non ci viene però… porca miseria. Mi boicotta queste iniziative, mi tarpa le ali appena guardo fuori porta.
Menomale che qualche volta mi porta in California sennò che palle.

Domenica Pierfrancesco e Ilaria girano qualche scena nell’ufficio di Marco, chissà se ci rimediamo una comparsata… se ci prendono fanno il botto però mi sa che non lo sanno.

Il quotidiano
novembre 23, 2007

Leggo La Repubblica.
Anche Il Corriere a volte, ma leggo la Repubblica ogni giorno.
L’ho sempre fatto per simpatia e per convinzione, pressapoco.
Oggi la leggo quasi sempre on-line e come la maggior parte delle cose che mi riguardano anche La Repubblica è un retaggio, un’eredità paterna.

L’altro giorno al cimitero guardavo le rose arancio sistemate nel vaso e ricordavo.
L’ultima immagine che ho di mio padre prima che entrasse in ospedale è li, a cinquanta metri dall’edicola, dove mi aspettava mentre io andavo a comprare il giornale quando lo portavo a passeggiare. Mi aspettava insieme a Brando, io ci mettevo il meno possibile. Quando tornavo da loro, il cane mi scodinzolava, la faccia di papà invece era sofferente, forse impaurita. Quando ripenso a quel viso mi sembra quello di chi vede qualcosa di terribile che nesun altro può vedere, il viso di un uomo solo nel buio.

Le mattinate erano così: io, lui ed il giornale, un articolo alla volta, un po’ alla volta.
A dire la verità non riusciva neppure a leggere in quel periodo, quindi il giornale glielo leggevo io. Un po’ di politica, un po’ di sport, poi si stancava. Mi ricordo, si.
Eravamo in piena campagna elettorale, la sua squadra stava per vincere lo scudetto ma lui non aveva entusiasmo per nulla, come se la malattia gli avesse portato già via qualche pezzetto di vita o se gli avesse svelato quale bluff si celasse in quello scudetto ed in quelle elezioni.
E anche quando lo chiusero in ospedale non ci fu mattina che non passai in edicola a comprargli il suo giornale, finchè fu cosciente, finchè riuscimmo a sperare che potesse guarire.
Seppe che era morto il Papa e seppe il risultato delle elezioni e quelle furono le ultime notizie che apprese.

Poi il buio prese il sopravvento.

Oggi leggo la Repubblica che spesso sembra un giornale fra tanti e che ogni tanto svetta per qualche lampo di genio.
Seguo le inchieste, le gallerie fotografiche, la web tv, ho conosciuto dei giornalisti de La Repubblica, nella sede de La Repubblica ci sono persino stata e mentre leggo ripenso agli editoriali di Scalfari,  a decenni di vita passata, penso a papà e mentre leggo, leggo anche per qualcun altro.

Grazie
novembre 22, 2007

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Oggi milioni di massaie americane infileranno un tacchino nel forno; lo serviranno a tavola ben rosolato e spalmato di miele e spezie.

Intorno al tavolo amici e soprattutto parenti, chiacchiere su amori e veleni, le solite cose, le solite famiglie.

Scene un po’ da film, che noi europei queste cose le snobbiamo.

E però se l’idea del tacchino non mi fa impazzire, quella di ringraziare invece mi piace.

Quest’anno ringrazio perchè ho viaggiato tanto.
Ho cominciato con la magia tutta speciale di Venezia, tra vetro, nebbia e ghiaccio e la luce fioca e calda delle lanterne della sera.
Poi l’esperienza tutta nuova della crociera; vivere per una settimana su una nave enorme, cullata dal mare, sferzata dal vento sui ponti, sorpresa ad ogni pasto, ad ogni passo, ad ogni porto: Catania, le isole greche, Smirne ed Efeso, mare, mare e ancora mare.
Alla fine la traversata transoceanica arrivata all’improvviso, programmata in pochi giorni.
La prova del viaggiare da sola, la scoperta dell’America californiana, l’infrangersi di tutti gli stereotipi di cui mi ero nutrita.
Camminare sul viale del tramonto, sulla walk of fame, sorvolare con lo sguardo anni di produzioni televisive e cinematografiche ed essere a un passo così dalle officine tecnologiche più produttive del mondo…
Io ho trovato l’oro laggiù, laggiù mi si è acceso un sole dentro che adesso quando splende fa un po’ male.

Per questo ringrazio.

Ringrazio per le coperte calde, le fusa dei gatti, i cioccolatini al cappuccino, i cereali la mattina, sky, le corse, i panini croccanti, mia madre che inforca gli occhiali rotti, il beep beep che sento quando Marco mi chiama dalla sua macchina, le passeggiate con Elisa, il termocamino, i maglioni ed i calzini antiscivolo, la salute, le grandi mangiate in compagnia, la nuova batteria, la poesia, la posta elettronica e ringrazio per il blog.

Ringrazio per quel senso di pace che provo ogni tanto, ma non così spesso.

Ringrazio anche per tutto il resto e quello che di buono verrà, sperando che sia tanta roba.

diari vecchi e nuovi
novembre 21, 2007

Ho scattato un paio di foto a Emanuela e al bambino e lei era davvero preoccupata che finissero sul blog. Niente paura le dicevo, ma lei rideva in modo così poco rilassato che mi sono sentita quasi a disagio, come se non si fidasse del mio buon senso.

In realtà non ho mai pubblicato le foto dei miei amici, ho sempre cercato di rispettarne la privacy nonostante a volte sarebbe stato bello infilare certe immagini in questo spazio che fondamentalmente è un diario.

Emanuela è stata mia compagna di banco per così tanti anni… lei conosce bene i miei diari che erano zeppi di qualsiasi cosa, forse è per questo che crede che ora gestisca il mio spazio in rete con la stessa caotica e barocca disinvoltura.

Le foto invece serviranno da spunto per un disegno che voglio regalarle, non so ancora che tecnica usare, forse finirò per fare una tela con colori a olio, mi pare un bel regalo per un complimese… sempre che mi riesca come vorrei.

Oggi però ho riflettuto sulle infinite possibilità che mi da questo blog.

Appena incontrerò qualcuno di veramente antipatico non esiterò a fotografarlo e a sbattere la sua faccia in home page per un paio di mesi con tanto di indirizzo e numero di telefono.

Può funzionare meglio dei bagni dell’autogrill!