Archive for dicembre 2012

Mexico 2012
dicembre 31, 2012

Mexico 2012

Quanto sei grande Messico.
Le aquile custodiscono i tuoi segreti.

Lo yucatan, quel puntino dorato sul mar de caraibi, quello dei resort extralusso e delle famiglie con i passeggini sui collectivos, quello che ho visto io, non ne è che un niente, ma è.
Tanto basta per farti sognare le civiltà antichissime che scrutarono il sole ed i suoi giri dalle stesse spiagge sulle quali io mi controllavo l’abbronzatura.
Per sognare animali terribili nascosti in quei chilometri e chilometri di giungla fitta fitta.
Per incrociare, negli occhi dei bambini scalzi per strada, la curiosità, lo stupore e la confusione di chi cresce in un tempo direttamente nel mezzo tra la preistoria e il futuro.
Carmen, la guida che mi ha portata a Chichen Itza l’ha spiegato bene: non sono poveri, non sono sporchi, non sono disordinati. Semplicemente non sanno che fare.

Fino al 1990 non c’era niente nello yucatàn, poi è arrivato il turismo, la modernità, il modello europeo. La gente dello yucatan si è ritrovata dalla realtà maya a quella occidentale in un batter d’occhio e sta cercando di digerirla.
Nel frattempo lavorano tutti e si comprano tutto quello che vogliono, anche se non sanno ancora come usarlo o come disfarsene quando non funziona più.

“Non aspettatevi persone belle, noi non siamo belli” -ha detto Carmen – “siamo bassi, grassottelli, non abbiamo il collo, aspettatevi di incontrare però belle persone e… salutateci sempre quando ci incontrate e quando andate via”
Grazie Carmen.. e ciao.

Carmen mi ha fatto capire cose del Messico che solo con i miei occhi non avrei capito.
E, come ogni brava guida, mi ha fatto amare il suo Paese.

E che fortuna trovarmi a Chichen Itza proprio il 21.12… non che sia finito il mondo o successo qualcosa solo che… tutto quel folklore, quelle persone in cerca di se stesse e dell’energia cosmica. E’ stato bello e un po’ triste dover prendere le distanze da quella gente mezza pazza che mi somiglia così tanto.

Ciao Messico.

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Tutto molto semplice
dicembre 7, 2012

Ed e’ proprio così, e’ tutto un rincorrersi perpetuo tra chi insegue e chi si fa inseguire. Poi spesso i ruoli si invertono e il divertimento comincia oppure finisce. Ci adattiamo, come finiamo per abituarci ad un freddo improvviso, basta coprirsi quando fa freddo, no? o magari spogliarsi quando fa caldo, tutto molto semplice. Però qualcuno invece non si rassegna, qualcuno che non ha mai accettato le sconfitte o che ha creduto di non poter vincere mai più. Un cuore talmente fragile che gli è bastata una notte di gelo per non battere più. Dino, 40 anni, una vita quasi normale alle spalle, tanto che aveva un viso liscio liscio che di anni gliene avresti dati forse la metà. E’ morto ieri dopo un anno passato cercando di affogare i propri fantasmi nei cartoni di vino a poco prezzo comprati alla conad della stazione.
C’è una donna da qualche parte ora che lo sta ricordando, forse avverte un vago sentore di rimorso per essere andata via quel giorno, ma ne sono certa, lo rifarebbe mille volte. Probabilmente lo rivede con la tuta da lavoro sporca e quel sorriso che doveva essere malfermo già allora. Lo ricorderà così per sempre anche un bambino castano con gli occhi verdi, “un bambino fortunato, perché somiglia alla mamma”, così mi aveva detto Dino una di quelle volte che mi aveva parlato insieme al suo amico Gianni… L’amico che e’ venuto ad aspettarmi al binario per darmi la notizia. Ma chissa’, e’ piu’ probabile che mi abbia incontrata per caso e chissà poi se era tutto vero, chissà se vedendomi quel giorno Dino aveva solo voluto regalarmi un racconto -triste- ma solo mio.
Ecco, ora siamo arrivati alla fine della storia in ogni caso.

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Tutto in ordine
dicembre 4, 2012

45 metri quadri di organizzazione perfetta, se esistesse un concorso per lo sgabuzzino più ordinato del mondo (ma siamo sicuri che non esista?) lei lo vincerebbe. È nata col naso a patata, un grosso sorriso e i geni della precisione, questa e’ la mia amica Debora e questa (una bocca spalancata con lo sguardo ebete) e’ la mia espressione quando mi ritrovo nel suo mondo perfetto. Si, lo so, non c’è nulla di davvero perfetto quando si parla della vita degli uomini, ma quando guardi certi ambienti e li vedi così predisposti alla praticità ti illudi di guardare qualcosa di propedeutico al benessere. Per me trovarmi a casa di Debora, e ancora prima, a casa dei suoi genitori, significava stare bene, stare in un posto creato per essere confortevole. Forse è così che tutti vedono la propria casa, ognuno con un concetto di gusto diverso dall’altro, io però a casa mia non sono mai stata bene quanto invece a casa di Debora… Casa mia e’ sempre stato un posto un po’ nemico ed insidioso, non so proprio perché. Debora e’ nata con la praticità nel sangue e io le ho sempre invidiato questa dote che, evidentemente, mi è sempre stata estranea.
Oggi la vedo felice: ha un amore, un lavoro, una casa… È una dote importante la praticità.

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